L’Arte dell’Inciampo…

Giocherellavo con le parole per descrivere un’Arte poco conosciuta o comunque poco praticata, ed ecco venir fuori il titolo dell’articolo ad essa dedicato. Mi sono poi chiesta, come fare a parlarne in maniera esaustiva conoscendone così poco, come rispondere cioè alla domanda: Ma di cosa si tratta esattamente?. E allora ecco che ho voluto chiederlo a Maria Baratti.

Chi è, vi starete domandando!. Maria è una “piccola fenice” (come di solito “definisco” tutte le voci artistiche emergenti che fanno parte dello “spazio di Zia Fenice”) che come “hobby” si diletta in quello che viene definito, conosciuto come ROCK PAINTING.  Ci siamo incontrate per lavoro e tra una chiacchierata e l’altra ho avuto modo di approfondire la conoscenza anche al di fuori dell’ ambiente lavorativo. Ho scoperto perciò, una persona appassionata di letteratura e sopratutto la sua passione verso, appunto, il Rock painting di cui io conoscevo a stento la definizione. Da questa chiacchierata (fatta di mille domande da parte mia ed il tentativo, da parte della Baratti di appagare la mia curiosità) ne è scaturita una vera e propria “intervista non voluta” (come scherzosamente l’abbiamo definita durante la conversazione), che potrebbe essere un modo divertente per i lettori di FeniceInPigiama di conoscere (se come me non la conoscevate) l’Arte dell’Inciampo, ossia dipingere su pietra.

  1. Maria ma cos’è il Rock Painting e come è nata questa passione?                                    Ti dirò, io ho iniziato per caso e tra l’altro senza sapere che vi era effettivamente una definizione a quella che per me è nata come una “curiosa” passione . Mi trovavo in vacanza, io adoro il mare ma amo molto anche il verde. Quando posso e le incombenze familiari e quotidiane, melo consentono, scappo (lo afferma con un sorriso e gli occhi vispi), per andarmene al Bosco di Capodimonte o in qualunque zona verde in città che mi consenta di passeggiare e stare a contatto con me stessa e la natura. Insomma, mi trovavo in vacanza e come souvenir di quel viaggio per me importante, raccolsi un ciottolo e ci scrissi il luogo e la data. Da quel momento in poi, ogni qual volta mi capitava, afferravo un sasso che per me era particolarmente interessante, per forma, gamma di colori e ci dipingevo su a seconda della mia immaginazione. Informandomi, successivamente scoprii il mondo del Rock painting, ossia il dipingere sui sassi e dunque quello che per me è nato come hobby e continua ad essere un “hobby”, in realtà ha radici profonde nell’arte, in particolare nell’Arte Primitiva, viscerale, dei primi uomini sulla terra. Pensa alle pitture rupestri cioè quelle pitture riportate sulle pareti di una grotta, o su muri o soffitti di pietra. Le prime forme artistiche sono proprio su pietra o comunque su materiali naturali e con colori ricavati in natura. Insomma se devo trovare una definizione al Rock painting è l’Arte di trasformare un materiale considerato “grezzo” e “D’inciampo” (lo stesso sasso è considerato per definizione qualcosa che “ostacola” il passaggio) in un qualcosa di altro…
  2. A cosa ti ispiri per realizzare i tuoi lavori?                                                                   Come ti dicevo anche prima, mi lascio trasportare dalla mia fantasia. Se passeggiando incappo in un sasso particolarmente interessante per forma e dimensioni, che potenzialmente potrebbe essere ad esempio un’animale piuttosto che qualcos’altro,  lo raccolgo, lo metto in tasca e arrivata a casa lo trasformo “plasmandolo” sulla base della mia immaginazione.
  3. Si percepisce che oltre ad essere un qualcosa che ti gratifica e che ti permette di esprimere la tua creatività, nel tuo modo di fare Rock painting c’è una vera e propria filosofia di pensiero. Posso chiederti, se non sono indiscreta, cosa simboleggia per te dipingere sui sassi?                                                                               ( ride mentre risponde in maniera divertita) Mi vuoi far dire proprio tutto e?…Beh io sono una persona molto solare e positiva. Potermi esprimere artisticamente in questo modo per me vuol dire tanto. Vuol dire, trasformare simbolicamente gli ostacoli che la vita ci pone di fronte in qualcosa di meraviglioso… qualcosa che diventa da pesante (problematiche, vicissitudini ect), qualcosa di leggero ( che viene molto spesso erroneamente affiancato al superficiale) come il Bello.
  4. Hai sottolineato molto la differenza tra il termine leggero ed il termine superficiale. Perchè?                                                                                                                 Perchè è molto importante per me il concetto di alleggerire i pesi che la vita ci “costringe” ad affrontare attraverso l’arte. Rispetto al fermarsi alla superficie dei problemi e dunque al “piangersi addosso” non riuscendo a trovare “soluzioni” valide, per me l’arte di dipingere sassi e dunque il Rock painting, è la mia soluzione per esorcizzare la negatività e trasformarla in forza creatrice.
  5. Insomma non ci sono soluzioni per tutto ma un buon modo per uscire dall’aspirale di tristezza che a volte attanaglia è l’arte in qualsiasi modo si decida di realizzarla. Un bellissimo messaggio. C’è un consiglio che daresti a chi vorrebbe iniziare?   Semplicemente di iniziare. Non c’è un modo giusto o sbagliato per fare qualcosa. Quello che dico sempre è fare ciò che ti fa star bene. Se è il Rock painting oppure qualcos’altro l’importante e iniziare senza timore. Lanciarsi…
  6. Come sai FeniceInPigiama si occupa prevalentemente di letteratura. C’è dunque un titolo che consiglieresti a chi magari vuole leggere qualcosa sul Rock painting?                                                                                                              Consiglio a te e a tutti coloro che vogliono saperne di più o che comunque vorrebbero provare a cimentarsi con il Rock painting, “L’arte di dipingere sassi” di Diane Fisher.                                                                                                                                                                                             41SHF3ZJBvL

comprare L’arte di dipingere sassi

Con quest’ultima domanda la conversazione, da buone chiacchierone, si sposta a tutt’altro e dopo un po è il momento di salutarci e torno alle mie “incombenze” arricchita e adesso molto più informata sul Rock painting.

Sperando di aver regalato lo stesso a voi lettori….                                                                                 Buon viaggio nella creatività, Zia Fenice.

 

 

 

 

 

 

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#PensieriInVersi Così è la vita e altri scritti di Nicola Imperatore

Con questi scritti si inaugura qui sul blog FeniceInPigiama una rubrica che vuole dare spazio alle voci emergenti e non c’è modo migliore di iniziare se non dedicare l’intero progetto ad una voce scomparsa troppo presto.

A Nicola. Buon viaggio a vedersi piccola fenice.

Comunque è la vita…
12 marzo 2012 alle ore 12:45

Ci son momenti che mai scorderai,attimi che non riuscirai a far sbiadire e parole che non saprai sotterrare…Ti guarderai intorno e penserai che ogni passo fatto cancella quello che avevi già lasciato sul viale dei ricordi e rammenterai le speranze e le gioie che hai inciso su quel terreno con il tuo solo movimento di gamba…Arriverai a vivere istanti di gioia e di dolore,piangerai per le cose che danno colore o sfocano il senso di questa vita dividendo con esse parole e gesti buttati al vento o rimasti lì per sempre…Raggiungerai traguardi di felicità e vittorie del cuore affidandoti sempre al tuo animo ed a ciò in cui credi…Diffiderai di quello che non ti è chiaro e cercherai di chiudere quelle maledette porte ancora aperte che fanno passare ancora quel vento gelido dentro di te…Incontrerai chi ti saprà sconvolgere con il suo sorriso e dolcemente farà azzerare ogni tua paura stringendoti la mano e dicendoti “L’affronteremo insieme,se ti va!”…Camminerai dimenticando e ti fermerai a sognare ammirando il cielo e sperando che ci sia qualcosa che sia immenso come esso…Avrai ciò che meriti e ciò che non vuoi,ma dovrai tenertelo non perchè sei obbligato,ma perchè ti è concesso tutto e lo capirai con il tempo…Farai cose inimmaginabili e vedrai il sole all’orizzonte che abbassandosi lascia il colore più vivo per far posto a quello che fa sognare…Ti siederai aspettando quel treno e fantasticherai sulle storie che questa esistenza ogni giorno ti pone su di un piatto e lì,solo in quel momento,potrai iniziare a scrivere del tuo vissuto,delle storie fotografate in una lacrima e dei flash negli occhi che ti han lasciato il ricordo di quell’attimo…La vita sembra una raccolta di fogli,pezzi stracciati di pagine scritte a metà ed immagini di polaroid lasciate a prende polvere,ma è comunque la vita,la TUA…(N)

La voce del silenzio…
13 febbraio 2015 alle ore 11:29

Passeranno le notti degli improvvisi risvegli,le tratterrai insieme ai sogni che si porteranno via.Passeranno i momenti che volevano il buio protagonista dei tuoi pensieri,delle più infime paure…Sarà inevitabile pensare guardando un punto nel soffitto,si,il soffitto…
Nella vita quotidiana saranno molti gl’impegni che chiuderanno la mente e concentreranno il sangue su altre prospettive,ma la notte no!La mente si sgombrerà,timbrerà il cartellino d’uscita e darà il cambio al cuore,lo sentirai battere,intorno a te ci sarà il freddo al di fuori del letto e quel tiepido calore che starà fra il cuscino e la coperta.In quel momento,quando ti sentrai al sicuro,comincerai a riflettere,a confessarti con il silenzio,quel silenzio finto perchè pieno di tutti i rumori dei tuoi pensieri.Ritroverai improvvisamente ricordi che vorrai scartare come un regalo di compleanno.Li vorrai dividere coi tuoi desideri.Singhiozzerai dentro per altri:parole spezzate fra le labbra screpolate dei tuoi ripensamenti e l’incasinato tacere fatto di termini tagliati male e detti solo al tuo battere…Quei discorsi mai affrontati ma carichi di aspettative e speranze…
Se vi perderete,non lo perderai,lui non ti perderà…Non succederà perchè tu lo sai e lo saprai,lui lo sa e lo saprà:Ci sono tramonti che non finiscono mai…

C’è chi dice che si muore una volta sola,ma chi lo ha provato ha capito che si comincia a farlo quando si smette di sperare,di credere in un sogno.È un po’ come amare,come il non abbandonare chi è ubriaco d’amore per qualcuno che l’amore l’ha assaggiato solamente un momento.Come chiudere gli occhi ed aprirli quando stai cadendo dall’immenso su cui eri e liberi finalmente il paracadute.Il tuo sogno non sarà soltanto uno,ma lo avrai costantemente fra le mani e negli occhi.Non lo lascerai mai parlare perchè per tante parole inutili capirà che è meglio non dirne nessuna e,proprio come le notti insonni,lascerai tutto il resto al silenzio… (N)

“Ora e Sempre”…Aeterna!

1530 d.f (dopo la fondazione delle cinque città aeterne), Hiriel partecipa alla sua prima “cena ufficiale” tra famiglie reggenti dei cinque regni. Ella è la principessina, futura sovrana di Marinia, uno dei più bei regni di Aeterna . Il 1530 viene anche ricordato nella storia come un’anno abbastanza difficile per Marinia che si trovava a stipulare un’accordo delicato con la “rivale” Rogus. Dopo tale evento, la piccola, deve ufficialmente presenziare ad un’altra cena tra le due città e di conseguenza tra le famiglie regnanti. Durante questa cena di “stato” i due futuri sovrani delle casate di Erato e Aries, ossia Hiriel e Heric, si allontanano da palazzo (in una maniera che ho trovato personalmente “geniale”, come escamotage), per entrare insieme in un “giardino segreto” al cui centro compare un’altare al di sopra del quale vi è un’incisione che suona come una “profezia” e il cui finale, POSTHAC ET SEMPER, cela un segreto che con voce prorompente abita i sogni di una Hiriel oramai diciottenne in procinto di lasciare la sua terra alla volta di Magna dove vi è un’Accademia nel quale poter affinare il suo “dono” e…

Queste a grandi linee le premesse della saga fantasy nata in “casa” Ronza e che promette davvero bene.

Una premessa che deve essere fatta è che, tra i lettori c’è la brutta “malattia” di partire prevenuti nei confronti di opere proposte da esordienti nella narrativa, in questo caso, in un genere ben preciso, che è il FANTASY. Oppure i lettori di “bookblogger” tendono a recepire le recensioni fatte nei confronti degli esordienti come mai del tutto trasparenti, magari perchè chi recensisce ha avuto il testo in maniera gratuita dall’autore stesso, perchè “ci si sente obbligati” ad essere “più morbidi”. Per queste ed altre motivazioni, alcuni tendono a non “prestare” i “propri spazi” (blog) agli scrittori “emergenti”. In tutta questa premessa devo dunque fare mea culpa ammettendo che anche io tendo a storcere il naso, a bistrattare a priori le opere esordienti e dunque a “evitare” di recensirle. In questo caso però, ho fatto un’eccezione e non per l’autrice ( tra l’altro simpaticissima, molto cordiale e davvero disponibile a chiacchierare di letteratura) ma perchè la “scintilla” è scattata tra me ed il volume in questione.

Mi trovavo, infatti, a girovagare con una “piccola fenice”, tra gli stend dell’evento tenutosi a Napoli, Ricomincio dai Libri e mi imbatto in quella che per me “era” una casa editrice sconosciuta, la Betelgeuse editore. Mi fermo attirata dai colori della copertina del volume e sfogliandolo inizio a discorrere del genere fantasy con la mia accompagnatrice, ignara del fatto che l’autrice mi sedesse di fronte ed ascoltasse in maniera attenta la “discussione”. Da questo aneddoto neanche troppo breve, ho avuto modo di conoscere l’autrice ed acquistare (successivamente) il volume in questione, del tutto non convinta (per quella premessa che facevo poc’anzi).

Ed invece la cara Gabriella Ronza ha smontato, pezzo dopo pezzo, pagina dopo pagina, le restrizioni che avevo nei confronti di questo testo ed in particolare il pensiero del: ecco adesso mi troverò di fronte la solita storia d’amore melensa camuffata da storia fantasy con tanto di quattro elementi( acqua, fuoco, aria,terra) alla stregua delle Which (se non sapete chi sono, male!), ma andiamo per gradi.

La trama è ricca di riferimenti alla cultura classica e visivamente, per quanto riguarda Marinia, ricorda moltissimo la “nostra” amata Napoli. Città “sirena” che attira e respinge insieme, che ammalia e tramortisce il viaggiatore che non ne è cittadino in un vortice di aria salmastra e bellezza artistica. Insomma molte di quelle che sono le descrizioni attingono dagli studi compiuti dall’autrice e da ciò che la circonda (per lo meno questa è stata la mia sensazione). Politicamente, l’intera struttura “sociale” del mondo creato dalla Ronza è davvero descritto benissimo, molto chiaro e che “risolve” il possibile errore di avere un primo volume di pura introduzione alla saga e che dunque risulta essere pesante e lento per il lettore, sopratutto per i “lettori giovani”. Ci vengono presentati quattro regni con capitale omonima e con le rispettive famiglie reali ognuna delle quali ha un proprio stemma, una propria gamma di colori nel vestiario e che richiamano l’elemento “dono”. Vi è poi la Magna ossia l’unica regione in cui vige la Repubblica, in cui vi è l’Accademia frequentata da cittadini provenienti da tutta Aeterna e dove vige la democrazia. E qui, in questa Accademia ed in queste terre che la nostra protagonista avrà modo di confrontarsi con i suoi limiti, con le sue paure e con la frustrazione di dover fare i conti con un modo di vivere completamente diverso da quello a cui era stata educata fin da piccola. Ecco allora che diventa, come i classici del genere, un volume di formazione nel quale attraverso le difficoltà, gli intrighi e le false verità, Hiriel cresce, si confronta con se stessa ed il mondo, diventando più consapevole, forte ed indipendente, anche e sopratutto nei sentimenti.

Va poi detto, senza scendere nel particolare, che il finale da una conclusione seppur lasciando molte questioni irrisolte (quasi sicuramente, verranno affrontate e risolte nel secondo volume). Intendo dire che si è soliti avere la cattiva abitudine di troncare i finali, lasciano i lettori ” come lenzuola appese ad asciugare”, che stizzisce non poco. Anche in questo caso ho trovato un’onestà intellettuale nelle ultime righe del romanzo, e come se l’autrice ci dicesse, ecco lettore hai compiuto un primo passo nella storia di Aeterna tanto quanto Hiriel ha superato un primo “scoglio” di quello che è un percorso intriso di pericoli ed oscurità.

A questo punto dell’articolo vi chiederete: “ok la trama, ok i personaggi e la storia, ma dov’è l’antagonista?”.

Tranquilli non ho dimenticato il “cattivone”. Mi sono riservata questa parentesi per ultima, perchè è l’unico elemento che ho trovato debole. In realtà non troviamo un vero e proprio cattivo, ma una spiacevole e considerevole gamma di personaggi che rappresentano l’elemento disturbante ai fini della vicenda (forse un solo personaggio può dirsi cattivo fino in fondo, ed è quello che tra l’altro mi ha conquistato). Lo stesso personaggio maschile Heric, sin dal primo incontro con il lettore, appare sgradevole, maleducato, spocchioso e davvero irritante. Avete presente il classico bambino che se foste i genitori due sberle anche volentieri?, ecco è lui!. Andando avanti poi con le vicende, l’ormai ragazzo Heric ci appare sempre più incattivito e “intrappolato” nella sua stessa gabbia ragionata, tra quello che “vorrebbe essere” e “quello che è”. Insomma se non si fosse capito l’unica cosa che proprio non mi è andata a genio è il personaggio maschile ma ehi… questo è il mio modestissimo parere di lettrice che per passione recensisce e poi, MAI DIRE MAI. Chissà che, con il secondo volume la Ronza non metta a tacere questa mia ultima perplessità regalandomi molta più “cattiveria”.

Dunque cara Gabriella a quando il secondo volume?.

女のいない男たち…le Donne di Murakami!

“A volte perdere una donna significa perderle tutte”. 

E’ sempre molto difficile scrivere in maniera lucida e obiettiva quando si tratta di un’autore che si ama particolarmente, di cui si conosce più o meno tutta la produzione letteraria, di cui si segue, in maniera appassionata, il lavoro ed attività che lo vedono protagonista; per cui tenterò (per quanto possibile) di calarmi in questa impresa e spiegare perchè, oggi più che mai, si dovrebbe leggere Murakami.

A poco meno di un mese dall’uscita della sua ultima fatica edita in Italia dalla casa editrice Einaudi e che ha come titolo L’assassinio del Commendatore.Libro primo, ripercorriamo in breve accenni biografici, carriera e sopratutto i romanzi dell’autore.

Haruki Murakami nasce nel Gennaio del ’49 a Kyoto in Giappone da una coppia di insegnanti. Sarà infatti, grazie al lavoro come insegnante di letteratura del padre che Murakami fin da giovane entra in contatto con libri di autori stranieri e dunque con la lingua inglese che risulterà fondamentale quando, successivamente si dedicherà alla traduzione di opere di autori quali Kafka e Carver. Gli anni dell’università sono poi contraddistinti dalle lotte studentesche (a cui non prende parte per la sua indole caratteriale) ma anche dalla conoscenza di quella che sarà poi la sua attuale moglie. Nel ’71 infatti sposerà Takahashi Yōko con la quale aprirà e gestirà un jazz bar (coltivando una delle sue passioni, la musica) che successivamente chiuderà per dedicarsi interamente alla scrittura. Attualmente è un’autore che ha all’attivo molti romanzi, raccolte di racconti, saghe(famosissima è la trilogia 1Q84, chiaro riferimento a 1984 di Orwell) che si collocano in quello che viene definito realismo magico. Opere attraverso cui il lettore può compiere un viaggio introspettivo toccando corde che non sapeva di possedere o perdersi per sentieri di un mondo narrativo costruito con una profonda semplicità stilistica ed emotiva.

Ma perchè risulta quasi “urgente” consigliare Murakami agli uomini?

Ci sono temi che ritornano in ogni sua opera ed uno di questi è fare i conti con la perdita e per essere ancora più precisi, sulla perdita di una donna più o meno fondamentale per la vita dell’uomo (voce maschile, quasi sempre voce narrante delle vicende). Quello che infatti, mi ha sempre ammaliato della scrittura di Murakami non è tanto l’aspetto dell’elemento surreale calato nel reale, quanto il suo tratteggiare la psiche femminile con così tanta delicatezza e chiarezza che è difficile trovare in una scrittrice figuriamoci in uno scrittore che “crea” donne. E allora ecco che il lettore si troverà di fronte tutta una serie di titoli che da “Uomini senza Donne” a “I salici ciechi e la Donna Addormentata”, da “Norwegian Wood” a “L’ incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”, ed ancora, da “L’uccello che girava le viti del mondo” a ” La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, rappresentano un vero e proprio inno alla donna che è per natura mistero e suggestione, equilibrio perfetto tra delicatezza e forza; dunque, risulta essere uno degli “elementi” congeniali a Murakami per creare quel suo mondo fatto di percezioni e simbolismi che conducono in un sogno ad occhi aperti e che tratteggiano il “sentire” del personaggio maschile. Ed è fondamentale regalare un titolo qualsiasi di questo autore ad un uomo che sia padre, fratello, cugino, amico, fidanzato, marito; perchè se è vero che la sua penna ha il potere di penetrare l’animo femminile come nessuno, sono i “suoi” uomini a poter rompere le barriere  della psiche maschile attraverso un percorso di maturazione sentimentale che spinge a riflessioni intime e profonde “evitando” di incappare in processi mentali malati che conducono ad un baratro profondo tanto quanto può essere profondo un “pozzo”.

Non doveva solo dimenticare, doveva anche perdonare

Per cui il lettore si troverà di fronte a trame che sono omaggi alla letteratura come nel caso di un certo Gregor Samsa che si sveglia improvvisamente trasformato in essere umano (un palese riferimento “al contrario” con la metamorfosi del personaggio di Kafka), più tosto che trovarsi di fronte ad un uomo che cerca di elaborare il tradimento della moglie, intraprendendo una “relazione amicale” con l’amante.

E se un demone dalle fattezze femminili facesse di tutto per venire a letto con noi? E se un marito decidesse di diventare amico dell’amante della moglie? E se Gregor Samsa si svegliasse una mattina trasformato in un essere umano?

E se per gli uomini i romanzi di Murakami potrebbero essere dunque uno strumento per elaborare il bisogno di ammettere con coraggio: “Sì, sono stato ferito, e molto profondamente”abbandonando così la sfera del rancore verso il genere femminile, perchè consigliare invece la lettura di questo scrittore alle donne?

Perchè voci femminili quali quella di Nakao, di Midori, oppure di Hatsumi piuttosto che personaggi come Reiko o Momoko e tante altre, potrebbero raccontare la vostra storia; di donne spezzate per la perdita improvvisa e inspiegabile del proprio amore, di donne che si salvano “da sole” attraverso la fermezza di carattere e la tempra di ferro; donne che intraprendono nuovi percorsi di vita, lasciano le sicurezze, un marito, fidanzato,amici, per intraprendere un viaggio che le avvicini alla loro vera essenza; di donne che fanno i conti con una “mancata” maternità; di donne che sono “intrappolate” in una relazione e che si sentono perse in parallelo con storie di donne che scelgono di essere felici abbracciando la propria sessualità ed orientamento. I romanzi di Murakami sono appigli, occasioni, ancore, pensieri, che parlano di noi, che parlano a noi e che potrebbero salvare dal compiere gesti estremi, disperati che sono errori dovuti a mancanza di autostima, di poco amore verso il proprio io, orribili scelte compiute da donne senza uomini.

 Habara, il protagonista di «Shahrazad»,un uomo solo, confinato in una casa nella quale gli è vietato ogni contatto col mondo. Non sapremo mai perché, e in fondo non è importante: quello che sappiamo è che il suo unico svago sono le visite regolari di una donna misteriosa che lo rifornisce di libri, musica, film… e sesso. Ma soprattutto gli racconta delle storie, proprio come faceva Shahrazad. E in queste storie Habara si tuffa come un bambino, finalmente libero.

Per cui la lettrice si troverà a fare i conti con storie come quella di una donna che come Shahrazad, racconta storie, questa volta non per salvarsi ma per salvare un uomo dalla sua “immobilità”. Oppure la lettrice potrà trovarsi a percorrere le fila della vita di Emu una donna “che non c’e più”.

Siamo nel pieno della notte ed una telefonata ne annuncia il suicidio; inizia così, per il narratore, un viaggio a ritroso nel tempo e negli spazi, ad inseguire dettagli, ricordi e sensazioni di quei momenti vissuti e comunque sfuggiti, persi per sempre, perché “ a volte perdere una donna significa perderle tutte. Così diventiamo uomini senza donne.

Ci troviamo di fronte esseri umani che non sono solo alla ricerca di se stessi come possono esserlo i personaggi maschili in Norwegian Wood e L’incolore T.T. e i suoi anni di pellegrinaggio, ma di uomini e donne che sono alla continua ricerca di un terreno in comune, di un punto neutrale nel quale potersi amare. Sono uomini e donne che attraverso la nostalgia per ciò che non è stato ed il quotidiano, cercano la sfera del “noi” ed a volte la trovano.

“Nove anni dopo I salici ciechi e la donna addormentata, Murakami Haruki regala ai suoi lettori una nuova raccolta di racconti, sette distillati della sua arte e dei suoi temi: il fantastico che irrompe nel quotidiano, la nostalgia per ciò che non è stato, ma soprattutto la ricerca della felicità tra uomini e donne.” (a proposito della raccolta di racconti Uomini senza Donne)

Murakami con le “sue” donne, con i suoi, cioè, personaggi femminili, ci racconta di quello che rimane agli UOMINI SENZA DONNE; attraverso la sua penna ci racconta cosa accade nelle DONNE SENZA UOMINI e ci descrive un’ UMANITÀ’ nella quale nemmeno perdonare è abbastanza: bisogna avere rispetto per se stessi, saper ascoltare la propria interiorità, se si vuol evitare che i serpenti lo assedino e…

Come sai anche tu, questo è un mondo violento che adora il sangue. Se non si è più forti non si sopravvive. Allo stesso tempo è molto importante stare in silenzio con le orecchie tese per non lasciarsi sfuggire il minimo rumore. Le buone notizie di solito vengono riferite a bassa voce. Ricordatelo, per favore”. 

Per cui Murakami lo consiglio sottovoce, come una buona notizia che arriva nel momento più buio, un’attimo prima del vuoto e che ricorda, quasi implorando che amarsi è possibile, perdonarsi è un dono verso se stessi e che può esserci delicata bellezza in quello che si ritiene una tragedia.

 

 

In un mondo bulimico…un manifesto socio culturale: Sense8!

“Otto sconosciuti da diverse parti del mondo sviluppano improvvisamente una reciproca connessione telepatica. Appartenenti a diverse culture, religioni e orientamenti sessuali, scoprono quindi di essere dei sensate, persone con un avanzato livello di empatia che hanno sviluppato una profonda connessione psichica con un ristretto gruppo di loro simili. Mentre cercano di scoprire, disorientati, il significato delle loro percezioni extrasensoriali, iniziano a interagire a distanza tra di loro ed un uomo di nome Jonas si offre di aiutarli. Allo stesso tempo un’altra enigmatica figura, Whispers, sfrutta la loro stessa abilità per dar loro la caccia.”

Trailer

Questa la trama a grandi linee di quello che per quanto mi riguarda è il più alto prodotto offerto dalla piattaforma Netflix. Piattaforma streaming che sta sbaragliando la concorrenza, che si accinge a detenere il monopolio di serie tv e che da poco si inserisce nella produzione di film. Ma dei rischi di questa operazione, dei benefici e del discorso che ne gravita attorno è questione a parte che meriterebbe un’articolo più approfondito, di cui non ne escludo l’uscita sul mio piccolo spazio online.

Tornando però al nocciolo, in un mondo bulimico ghiotto di “successo”, affermazione personale, che vomita di rimando veleno quanto invidia ed intolleranza, nel magico mondo di internet, cerchiamo invece di condividere passione e l’ amore per l’arte in tutte le sue forme.

Sono ormai trascorsi un paio di mesi dall’episodio finale di quello che a tutti gli effetti può considerarsi un vero e proprio manifesto socio-culturale che dovrebbe essere più conosciuto, condiviso e divulgato di quanto non sia stato in realtà, Sense8. Essa infatti, non è una mera serie TV d’intrattenimento ma un prodotto qualitativamente altissimo che, attraverso scene dal forte impatto visivo e dialoghi magistrali, vuole spingere lo spettatore alla riflessione su temi “scottanti” dell’attualità che troppo spesso provocano scontri verbali anche violenti tra i “padroni” del mondo e di conseguenza tra i cittadini che lo popolano.

Ma come nasce Sense8?…

sense8

Traendo spunto dall’impatto che la tecnologia ha sulla società moderna e di come questa sia in grado di unire e dividere allo stesso tempo, le sorelle Wachowski  cominciarono a valutare l’idea di creare una loro serie televisiva già molti anni prima dell’inizio della produzione di Sense8 per Netflix ma, non avendo una diretta esperienza con “la scatola nera”, ben presto, capirono di aver bisogno di un professionista del settore che le guidasse nell’impresa. Decisero per ciò, di “affidarsi” a J.Micheal Straczynski per ideare una serie innovativa, con il dichiarato obiettivo di ripetere nel mondo della fiction televisiva quello che fu l’enorme impatto culturale conseguito con Matrix (gioiello della coppia) in campo cinematografico.

Ci sono riusciti?.Decisamente si!ed anzi, hanno fatto molto di più, ma come?…

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Per fare tutto ciò, i tre, dopo una discussione proficua, decisero di discostarsi dall’idea iniziale avuta dalle due sorelle anni prima a favore invece di una tematica molto più accattivante ed attuale e cioè l’evoluzione umana ed in particolare, sul discorso di come l’uomo sviluppi livelli di empatia sempre più ampi. Partendo da questo nuovo spunto creativo, “buttarono giù” una prima sceneggiatura su un gruppo di “individui” tutti diversi per origine, cultura, lingua ed interessi, uniti tra loro però, da un collegamento speciale.

Quello che nel 2013 i dirigenti Netflix si trovarono sul “tavolo” fu un plico di fogli contenenti i primi tre episodi il cui titolo, Sense8 (unione della parola sensate con il numero dei protagonisti della serie), richiama la speciale “caratteristica evolutiva” dei protagonisti. Inutile dire che i tre ottennero i finanziamenti necessari per poterla proporre al pubblico come serie originale della piattaforma streaming.

Il progetto inizialmente prevedeva cinque stagioni, ognuna formata da dieci/dodici puntate in cui si sarebbero dovute affrontare l’effetto della connessione sulla vita dei protagonisti, problemi di carattere politico, temi quali l’identità sessuale (caro a Lana Wachowski, transessuale che concepisce il personaggio trasgender di Nomi Marks ispirandosi alla propria esperienza e definendo alcune scene autobiografiche), la sessualità e la religione, cosa che non andrà come progettato però dagli ideatori della serie.

La storia di questa serie TV infatti, è affascinante quanto travagliata. Le problematiche sopra elencate vengono comunque affrontate durante il corso delle puntate ma le previste cinque stagioni vengono drasticamente ridotte a due. La piattaforma Netflix per un discorso relativo al riscontro da parte degli spettatori che non superava i problemi di costi e di logistica che il progetto richiedeva, è costretta a rivedere tutto, anzi, per essere precisi, nel 2016 ne annuncia la cancellazione, lasciando di fatto la serie senza un finale degno di nota.

Dunque finisce tutto così?…direi proprio di no.

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La decisione presa dalla piattaforma streaming, provoca una vera e propria “rivolta” da parte dei fan di tutto il mondo. Una petizione fatta girare sul web e controfirmata da chi voleva fortemente che questo progetto andasse avanti porta infatti, gli stessi dirigenti della piattaforma a riconsiderare la decisione ed infine ad  annunciare che ci sarebbe stato un’episodio “speciale” della durata di due ore ( più o meno la durata di un film) che ne decretasse il finale. Dunque cast, registi, sceneggiatori, troupe e chi ne ha più ne metta, valigie alla mano, parte alla volta di questa grande ed ultima avventura insieme(lo speciale che include interviste e dietro le quinte, che vi consiglio di vedere solo quando finirete l’intera serie, dimostra tutte le difficoltà di carattere pratico,artistico ma anche fisico che si sono trovati a gestire attori e tecnici del settore). Il prodotto di tutto ciò è appunto il finale della serie che Netflix ha rilasciato a Giugno 2018: Amor vincit ominia.

La creazione di un Mondo- dietro le quinte

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“Questa è la vita: paura, rabbia, desiderio, amore. Non provare più emozioni, non volerle più provare, è provare… la morte. […] Io prendo tutto ciò che provo, tutto ciò che è importante per me e metto tutto questo nel mio pugno. E per questo combatto.” Sun

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Il personaggio che mi è entrato nel cuore per motivi personali è Sun. Una donna Sud Coreana alle prese con un padre menefreghista, un fratello dalla personalità disgustosa e che sarà motivo per cui si troverà a dover affrontare situazioni dolorose e pericolose. Una donna fiera, in carriera, intelligente e sopratutto indipendente. Non ha paura delle difficoltà ed è, a discapito del paese in cui si trova a vivere, emancipata sessualmente. Più di qualsiasi altra caratteristica però quella che salta subito all’occhio è senz’altro il suo talento nella pratica delle arti marziali . Le scene più belle che riguardano questo personaggio sono proprio i duelli corpo a corpo.

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Oltre a Sun, tutti i personaggi presenti nella serie sono caratterizzati alla perfezione, anche quelli “secondari”. A testimonianza di quanto detto, come non amare per esempio il personaggio di Amanita compagna di Nomi, oppure i personaggi Daniela Velasquez e Hernando, compagni di Lito (che rappresenta la Spagna nella comitiva dei sensate) o ancora, il personaggio che spunta a salvare il fondo schiena a tutti nei momenti di pericolo, interpretato da Michael Sommers. Insomma tutto è curato nei minimi dettagli.

Molte sono state le critiche mosse alla serie con argomentazioni, sempre a mio parere, sterili tra cui la lentezza ed il ritmo narrativo degli episodi. Sense8 è un prodotto “televisivo” che per toni, temi, tecniche narrative e personaggi può non piacere, sopratutto a chi è abituato alle “classiche serie tv”. Può non piacere a chi non vuole saltare indietro ed avanti nel tempo, nei luoghi e da un personaggio ad un altro. Può non piacere per chi ha difficoltà ad “empatizzare” con personaggi così particolari e forti. Ed ancora potrebbe non piacere a chi non digerisce un certo tipo di tono della sceneggiatura, che “sfida” il telespettatore alla riflessione su quel tema piuttosto che su quel tipo di vita e così via. Altra cosa che tengo a ribadire ogni volta che mi trovo a consigliare questa serie tv è: se non siete interessati alla tematica centrale “una nuova visione dell’uomo” allora non guardatela perchè vi annoierebbe e risparmierebbe alla restante popolazione mondiale, recensioni negative inutili. Se è vero che per ogni lettore c’è il giusto libro, per ogni telespettatore c’è la giusta serie tv da vedere.

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Analizzando infine la caratterizzazione di ogni singolo continente e personaggio in cui ci troviamo e seguiamo in quanto spettatori, posso affermare con certezza che Sense8 è un lascito per le generazioni future di tutto il mondo. I ragazzi del futuro potranno recuperare questa serie e si spera, identificarsi in una coppia omosessuale che adotta/può aver figli in piena libertà tanto quanto un eterosessuale, in un uomo che decide di cambiare genere diventando una donna senza rinunciare alla possibilità d’amare e viceversa; in un mondo dove un’individuo con una diversa cultura,tradizione,modi di fare, di pensare, di agire abbia la possibilità di “sentire” l’altro “diverso” come un completamento di un’unico grande genere e non razza, l’uomo.

Come spero che sia l’amore, il mondo in un prossimo futuro? beh, sicuramente Sense8, per cui fate un favore a voi stessi e recuperate questa magnifica opera d’arte. Non ve ne pentirete.

Baci da una “diversa”.

 

 

 

 

In un mare d’inchiostro… nella Bookvaligia di Zia Fenice!

Le vacanze estive per i lettori di tutto il mondo è di norma il tempo in cui si decide di portare in valigia il famoso libro che non si ha mai il tempo di leggere oppure ci si porta dietro qualche volume di puro intrattenimento. Altri lettori preferiscono alleggerire la valigia ed affidarsi al “buon vecchio” e-reader al cui interno giacciono titoli che dall’horror al crime, dal romance allo storico, dal fantasy allo young-adult, tengono incollati i lettori di tutte le età alle pagine digitali.

Nel mondo poi, c’è quella cerchia ristretta di lettori che  in estate preferisce recuperare  un classico particolarmente lungo oppure un romanzo familiare perchè si sa che questa tipologia di libri con le loro mille pagine, personaggi, eventi e range linguistico, molto spesso richiedono attenzione e tempo che è difficile trovare se si ha la testa intricata in altri affari di vita quotidiana. In ogni caso, che voi facciate parte di questa piuttosto che di un’altra categoria di lettori sopraelencata, che sia su una baita in montagna in mezzo a frescura, persi nella contemplazione dei verdi scintillanti degli alberi o su una sdraio su una spiaggia bianchissima a godervi i blu che confondono la linea netta dell’orizzonte tra acqua e cielo, siamo tutti accomunati dalla smania di leggere e rilassarci “cambiando aria”.

Le mie letture ad esempio, sono state assai impegnate sia per “tono” che per i temi trattati nei romanzi letti quest’estate, primo tra tutti Figlie del Mare di Mary Lynn Bracht (sito della scrittrice: https://marybracht.com/),letto in condivisione con il gruppo di lettura del blog: I Bookstoppisti di Zia Fenice.

Esordio letterario che arriva come un fulmine a ciel sereno nella narrativa contemporanea e che promette (e mantiene la promessa) di far luce sulla vicenda delle Confort-woman durante la Seconda Guerra Mondiale da parte dei giapponesi (per saperne di più: Le schiave sessuali dell’esercito. Il Giappone chiede scusa 70 anni dopo).

Nel 1991 (anno in cui aprivo per la prima volta gli occhi sul vasto mondo), Kim Hak-sun decise di uscire allo scoperto e dare alla stampa il resoconto della sua storia circa la vicenda delle “donne di conforto”; dopo la sua prova di coraggio, molte altre- più di duecento-seguirono il suo esempio.

“È nostro dovere informare le generazioni future sugli orribili crimini che si commettono in guerra. Non dobbiamo nasconderli o fingere che non siano mai accaduti. Per non ripetere gli errori del passato, dobbiamo ricordarli. Libri di storia, canzoni,romanzi, film e memoriali sono importantissimi per aiutarci a non dimenticare mai e allo stesso tempo per procedere lungo la strada della pace.” Mary Lynn Bracht

Nel romanzo della Bracht in particolare seguiamo le vicende, attraverso due archi temporali diversi, dalle sorelle Hana ed Emi. La loro storia familiare, caratterizzata dalla tradizione delle “donne del mare”, le haenyeo dell’isola di Jeju in Corea del Sud è un’altro elemento affascinante del romanzo che molto fa conoscere a chi non sapeva nulla di cultura, storia e luoghi dell’Asia ed in particolare delle Coree.

Un romanzo crudo, violento tanto che molto spesso si sente il bisogno di interrompere la lettura ed allontanarsi fisicamente dal libro. Può dunque non essere per tutti ma questo non fa che rafforzare la preziosità di questo volume nonché la passione e la bravura con la quale la Bracht affronta le sue radici portando a galla un dolore di donne dimenticate che è anche il suo dolore, il nostro dolore, che diventa parte del lettore/lettrice e dal quale sarà impossibile allontanarsi ( in foto il monumento a testimonianza del genocidio delle donne di conforto).

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Altra lettura estiva è stata poi il volume fin troppo poco conosciuto, Onnazaka di  Fumiko Enchi edito da Safarà editore che ha curato l’edizione in maniera impeccabile con un saggio a fine lettura che vale parte del prezzo del volume.

Anche in questo caso questa è una storia di donne e per essere ancor più incisiva, questa è la storia della difficoltà dell’essere donne in un paese, il Giappone in cui vi era un sentiero ed uno solo da percorrere per il genere femminile, il sentiero dell’ombra. Seguiamo la storia di Tomo e della sua famiglia. La narrazione è divisa in tre parti scandita da un’arco temporale che dal primo periodo Meiji si espande all’apertura del Giappone nei confronti dell’Europa e dell’America e che vede dunque la “modernizzazione” dei costumi e del sistema governativo del paese. A farne le spese sono le donne che compongono la famiglia Shirakawa, una famiglia ricca, aristocratica e sopratutto una famiglia patrilineare dove il capofamiglia, il funzionario governativo Yukitomo detiene il potere decisionale sulla vita di ognuno dei membri. Il romanzo segue poi le vicende di  Suga personaggio femminile che incarna tutto il dolore e la rabbia del romanzo nonché le conseguenze dell’essere obbligate ad un certo tipo di vita. Altri personaggi più o meno importati si affacciano alla storia ma il terzo personaggio femminile è senz’altro Miya moglie del figlio di Tomo e Yukitomo, Michimasa, terza protagonista del romanzo. Tre donne dunque, diverse per temperamento, carattere e scelte, accomunate però da un’unico ed imprescindibile destino.

Una delle curiosità che mi ha spinto a leggerlo è stato sapere che l’autrice con estremo coraggio ha dichiarato di essersi ispirata a fatti ed eventi della sua famiglia e dunque autobiografici. Come per la Bracht noi lettori non possiamo non sostenerle nella loro impresa di essere donne in un mondo letterario ancora fortemente maschile che con le loro storie che parlano di donne, danno voce alle milioni di voci “mute” che popolano la storia dell’umanità.

“Onnazaka è stato scritto per tutte le donne del passato, i cui rancori accumulati negli anni hanno “posseduto” il testo…rendendo I racconti sussurrati delle donne un’unica grande voce che urla la crudele condizione femminile nel Giappone di fine Ottocento.” Fumiko Enchi

Grazie ad una sfida letteraria molto carina, la #booktubathon, promossa da una booktuber inglese ho recuperato poi, un paio di romanzi che da tempo mi ripromettevo di leggere tra cui il primo volume della saga dell’Amica geniale della Ferrante.

Con un po di timore ed altissime aspettative mi sono decisa a prendere questo romanzo dalla libreria. Ho iniziato a leggere le prime pagine e non me ne sono più liberata fin quando a notte inoltrata non l’ho portato a termine. Ho amato tutto, la storia, i personaggi e sopratutto la mia città, Napoli. La Ferrante è magistrale nel saper trasportare su carta tutto il fascino, le contraddizioni, gli odori e l’anima che caratterizza i “vichariell” ed in particolare i “rioni”. Ho poi trovato affascinante l’introspezione dei personaggi in particolare l’andare a raccontare il difficile rapporto d’amore/odio tra le due protagoniste Lenù (Elena) e Lila. Io come al solito vado controcorrente, molti hanno ammirato ed amato il personaggio di Elena (tra l’altro voce narrante della storia) io invece ha tratti l’ho detestata, preferendo a quest’ultima Lila che conosciamo paradossalmente solo tramite gli occhi di Elena. Spero che nel secondo romanzo della saga ci sia un punto di vista che faccia entrare a pieno il lettore in Lila. Non si può che essere d’accordo comunque, nel concordare che questa è una storia universale nel quale tutti in qualsiasi parte del mondo possono ritrovarsi. Non nego che io in primis leggendo ho trovato più passaggi in cui mi fermavo e pensavo “stà descrivendo esattamente come mi sono sentita quando…”. Davvero non abbiate timore di addentrarvi in questa penna vera, fiera e genuina. Uno sprono alla lettura potrebbe senz’altro nascere dall’imminente serie tv che andrà in onda nel periodo autunnale su Rai Uno.

 

Insomma un mesetto di letture niente male che come sempre vi consiglio di recuperare, amare e condividere tra parenti amici ed amanti della letteratura.

Buon Settembre, preparate l’occorrente per i Popcorn e come sempre buona vita, Zia Fenice.

 

From Canada with Love… da vedere con la Nonna!

Consigliare serie TV è relativamente semplice quello invece che risulta ostico è consigliarne una o più d’una che valgono per tutte le età.

Ad esempio se avete una nonna patita per le “soop” e volete consigliarle di vedere qualcosa di diverso allora cosa fate?. Ed ancora, se avete cugine o sorelle/fratelli più piccoli e volete condividere con loro la passione per le serie cosa scegliereste di vedere?. Se non avete trovato le risposte a queste domande ci pensa Zia Fenice.

Sulla piattaforma Netflix c’è una vasta scelta che soddisfa i gusti di più o meno tutti ma per coloro che non hanno accesso alla piattaforma online niente paura, queste serie TV che vi propongo sono facili da recuperare anche su altri siti di streaming.

Adatta a tutta la famiglia è sicuramente la serie tv originale Netflix Chiamatemi Anna. La storia della famosa orfanella della letteratura che per un disguido viene adottata da una coppia di fratelli in una fattoria Canadese i quali avendo bisogno di un ragazzo che aiuti con i lavori pesanti  si trovano invece sgomenti e frastornati nel vedersi letteralmente “recapitata” una ragazzina vivace, chiacchierona con una fervida immaginazione.

In un primo momento ho storto il naso avendo non pochi dubbi in merito. Mi chiedevo sopratutto: Avevamo davvero bisogno di una serie tv su Anne of Green Gables?.

Sotto l’aspetto qualitativo questo è un progetto molto valido, curatissimo sia sotto un punto di vista artistico ossia sceneggiatura e grafica (la prima volta in cui non salto mai la sigla) sia per quanto riguarda la scelta del cast ed in particolare il livello contenutistico che puntata dopo puntata raggiunge picchi molto alti. Questa serie tv infatti è un’inno all’immaginazione e all’importanza di coltivare la fantasia che se è sopita negli adulti nei bambini deve essere incoraggiata e salvaguardata. Quindi la mia risposta alla domanda è sì, ne avevamo bisogno e avremmo bisogno di più serie tv per ragazzi che si concentrino sulla “formazione” e la “crescita personale”.

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In realtà per chi ha visto il cartone (generazione ’90 sicuramente)  si renderà conto, guardando la serie, che molte cose sono diverse con licenze anche nei confronti della serie di romanzi scritti dalla canadese Lucy Maud Montgomery, pubblicato per la prima volta nel 1908 è destinato a tutte le età. In Italia alcuni romanzi della serie furono editi solo dopo l’anime che andò in onda per la prima volta nel  1980 su RAI 1 e che faceva capo all’originale giapponese. Molti saranno inoltre felicissimi di sapere che il grande successo tra i giovani ha portato una casa editrice indipendente italiana a considerare la possibilità di tradurre in maniera fedele tutti i romanzi della serie (alcuni volumi non sono mai stati pubblicati in  Italia), possibilità che pare essere diventata concreta vista la recente uscita del primo volume a cura di Enrico De Luca da parte di Lettere Animate che consiglio caldamente di recuperare.Dunque Stay Tuned gente!

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Tornando a parlare strettamente della serie tv, troverete milioni di recensioni di booktuber, youtuber e bookblogger che ne decantano i pregi  favorendo il nuovo trend tra i giovani e dunque il rifiorito amore verso questo pimpante personaggio femminile a tratti fin troppo logorroico. Per cui non mi dilungherò a dire cose che già altri hanno ribadito più e più volte, mi soffermerò invece su elementi che per chi è un’osservatore attento salteranno subito all’occhio. Ad esempio, la troppa “modernità” di alcuni pensieri di questa ragazzina che fa comprendere come gli sceneggiatori volessero, da un lato calcare la mano sull’elemento della emancipazione della donna (rafforzato ancor di più nella seconda stagione della serie con l’inserimento di un personaggio femminile che diventerà un punto di riferimento per Anna e la sua cerchia ristretta di amici), dall’altro rendere in chiave odierna alcune tematiche affrontate nei romanzi, “svecchiando” la serie e rendendola “accattivante” proprio per un pubblico difficile: gli adolescenti. In tal proposito è lampante questo tipo di operazione se consideriamo il personaggio del miglior amico di Anna, tra l’altro il mio personaggio preferito della serie, (Sì mi dispiace deludervi Gilbert per quanto sia ben caratterizzato e fin troppo perfetto per essere vero) che oltre a subire una crescita impressionante è uno dei punti cardini per quanto riguarda la tematica Lgbt ancora attuale è scottante tanto quanto l’emancipazione femminile. Altro importante cardine della serie è senz’altro l’amore che Anna ha per i libri che gli hanno permesso fin da subito di evadere da una realtà grigia ed insapore. Questa sua passione per la letteratura la rende un personaggio accattivante anche per tutti quei ragazzi che magari nella realtà vengono sbeffeggiati perchè leggono e che invece trovano in questo personaggio un modello, un’eroina con la quale empatizzare. Ultimo, ma non per importanza, è poi il ruolo che ricopre nella serie l’insegnamento ed in particolare l’importanza della scuola come terreno di formazione piuttosto che mero edificio istituzionale, un elemento che ho davvero apprezzato che crea un ponte nel difficile rapporto tra studente ed insegnante. Dunque tanto di cappello per questo valido prodotto televisivo.

Dimmelo e lo dimenticherò.Insegnamelo e lo ricorderò.Coinvolgimi e lo imparerò. 

Altra serie tv ricoperta di zucchero e melassa che sul tema dell’insegnamento va a braccetto con Chiamatemi Anna è When Calls The Heart (quando chiama il cuore). Questa serie anch’essa canadese, racconta le difficoltà ed i “problemi di cuore” che si troverà ad affrontare una ragazza di ricca famiglia che si trasferisce dalla città ad un piccolo paesino dell’Est, Coal Valley, per inseguire il suo sogno che è quello di Insegnare. Lei infatti è una maestra determinata, che dovrà affrontare l’ostilità dei paesani, che cosa vuol dire essere una donna in un mondo accademico ancora fatto da uomini e tanto altro ancora. Non mancheranno alcuni personaggi secondari che aiuteranno la ragazza ad ambientarsi e problemi di carattere più o meno serio da gestire. A tratti mi ha riportato a quando da piccola con mia madre seguivamo le vicende di Michaela una donna dottore che sfida le convenzioni sociali e che, da aristocratica si trasferisce nel West per seguire il suo sogno di fare il medico. Esatto, sto parlando de La Signora del West dove uno dei temi principali è il difficile rapporto con le riserve dei nativi americani ed i “colonizzatori inglesi”. Per questo mi ha fatto ribattezzare Quando chiama il cuore in La signora del West 2.0.

Questa serie, perfetta da vedere con la nonna, può apparire fin troppo buonista ma se ci si cala nell’arco temporale in cui sono narrate le vicende e sapendo sopratutto che questa serie è tratta dai romanzi con l’omonimo titolo, della scrittrice Janette Oke pubblicati nel 1983 (inediti in Italia), si supera e gli si perdona con facilità la patina “moralistica” con la quale è “impacchettata”. Questa è una serie ancora in corso composta per il momento da cinque stagioni, che tra l’altro è andata in onda sulla RAI e che è possibile recuperare sulla piattaforma Netflix ma anche su altri siti di streaming.

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Ora non vi resta che recuperare queste Serie TV con la Nonna ma più in generale con la famiglia, consigliarle a parenti ed amici e coltivare la vostra fervida immaginazione. Del resto, vagabondare per il Canada non è mai stato così semplice.

Buona vita e buona visione!

 

 

 

 

 

 

1930…in un cassetto di cuore!

I’m walking all night long 
in mysteries
You’re singing all day long in maze
Without song in my heart
it is a lie  (Ost Satellite)

Un kdrama che avrebbe dovuto avere in patria risonanza e successo tanto quanto Discendent of the Sun è Chicago Typwriter.

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2017, Seul. Uno scrittore famosissimo, solitario ed impertinente in crisi creativa cerca di superare “il blocco da foglio bianco” mentre, a pochi chilometri di distanza una “futura” veterinaria con la passione per la lettura e grande fan degli scritti del romanziere tenta di mettere fine agli strani “sogni” che fin da piccola angosciano le sue notti. Dopo una serie di situazioni rocambolesche create da un fantastico cagnolone, la veterinaria si troverà a consegnare presso la villa dello scrittore un pacco contenente una typewriter (macchina da scrivere chiamata così per il rumore dei tasti che ricorda il rimbombo sordo di spari di un particolare fucile) avendo così la possibilità di incontrarlo. Da questo momento in poi per uno strano scherzo del destino, le loro vite verranno unite proprio grazie alla macchina da scrivere la cui anima ha una “voce propria” con una storia tutta da raccontare cioè quella di tre ragazzi in una Corea del 1930 occupata dai giapponesi e della loro resistenza eroica al regime. Lo scrittore coglierà al volo l’opportunità di “impossessarsi” di questa storia? Qual’è il mistero che si cela dietro questa macchina da scrivere “posseduta”? e soprattutto, quali conseguenze porterà alla vita dei due protagonisti questa vicenda?.

Queste le premesse che daranno avvio ad una narrazione piena di colpi di scena, di storia e di letteratura. Non mancheranno l’amore, le citazioni di scrittori famosissimi (Stephen King per citarne uno), l’ amicizia ed il coraggio. Ma questa è una serie che è soprattutto un’omaggio alla generazione di quegli anni che con tanto vigore combatté un regime spietato.

Sono inciampata in questo drama per puro caso proprio nel 2017. Cercavo qualcosa che mi ispirasse e mi aiutasse ad uscire dall’enorme vuoto che aveva provocato in me l’aver finito l’ultimo romanzo che possedevo in libreria di Murakami (ogni sua parola mi incide carne ed ossa). Ed ecco che se nella mia vita posso affermare con sicurezza di non aver mai avuto il “colpo di fulmine” con le persone, questa storia è stata il mio: “amore a prima vista”.
Una penna è più forte di un coltello. Una macchina da scrivere è più forte di una pistola. […] Dovresti scrivere qualcosa di buono. Non scrivere per guadagnare fama e donne. Scrivi qualcosa di magnifico.”

Tutto, dalle premesse alla caratterizzazione dei personaggi, dalla forza della trama  alla scelta da parte dello sceneggiatore di raccontare un dato periodo storico della Corea. Tutto, ha fatto echeggiare nella mia testa un’unica frase:

Avrei voluto scriverla io questa storia!.

Come tutto ciò che diventa parte del mio bagaglio culturale, ho chiuso questa preziosa serie in un cassetto di cuore. Nonostante il mio forte amore nei confronti di questo kdrama sia dovuto infatti alla sceneggiatura (un’ambito che mi affascina non poco), non posso però non spendere due parole per l’accurata ricostruzione storica dei luoghi(stradine ed il bar in primis), dei costumi(abiti bellissimi, acconciature e trucco impeccabili) e della musica (le OST sono bellissime e vi invito a recuperare l’album che le contiene tutte).

Un plauso va poi fatto senza ombra di dubbio al cast che ha reso viva la storia è credibilissimi i personaggi. In particolare la bravura degli attori che hanno dato vita agli antagonisti (per non parlare della godibilità della visione degli episodi dovuta alla bellezza oggettiva di Yoo Ah-In e Ko Gyung-Pyo, rispettivamente protagonista e coprotagonista maschili del cast principale). Si, perchè se non ci fossero stati questi attori a rendere così complessi ed intriganti le relazioni e pericolose le dinamiche storiche, il kdrama avrebbe perso moltissimo dello smalto presente sulla carta.

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L’amicizia a mio parere è preponderante rispetto alla situazione amorosa che, se viene resa impossibile dalle circostanze nell’arco temporale del 1930 (non c’era il tempo per pensare all’amore) è di forte impatto emotivo nell’arco temporale del 2017. Se “anche l’orologio (altro oggettino da tenere sott’occhio durante la visione) segna due volte al giorno la stessa ora “, gli eventi che ci vengono narrati si intersecano come pezzi perfetti di un unico puzzle agli accadimenti del passato, minacciando una storia che torna a ripetersi.

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Il pericolo palpabile delle azioni che riguardano la parte del drama che si concentra sul passato, viene equilibrato dal senso di ansia che lo spettatore proverà nei confronti di vicende che riguardano il presente narrato. Subdolamente create dallo sceneggiatore Jin Soo-Wan (scoperto per la prima volta con la visione di quello che ritengo essere il suo capolavoro Kill me hill me), queste situazioni porteranno a quello che sarà la conoscenza dell’antagonista dell’arco narrativo 2017 e le conseguenze dello scegliere determinate strade che minerà concretamente la vita dei protagonisti (qualcuno ci lascerà le penne!? cit. Mulan).

Insomma per tutti coloro che sono ormai sintonizzati sulle reti televisive coreane, questo sarà un drama da recuperare perché originale e fresco rispetto a quello a cui ci hanno abituato. Per chi invece si approccia per la prima volta ai kdrama, sarà un’esperienza visiva appassionante ed arricchente (preparate i fazzoletti, verserete lacrime!). Ma in particolare, consiglio la visione di questa serie agli amanti dei libri, a coloro che aspirano a diventare scrittori o a chi semplicemente scrive per passione (ogni riferimento alla mia persona è puramente casuale).

Upcoming Drama 'Chicago Typewriter' Releases Teaser + To ...

Con questo zia Fenice vi augura una sonora sbronza di musica e parole al “Carpe Diem” è un “buon viaggio a vedersi” nel 1930. Filate sulla piattaforma Viki adesso!

Aspettando Mr. Sanshine!

Nel 1871, durante una spedizione militare degli Stati Uniti a Joseon (Corea del Sud), un ragazzo originario della regione si imbarca su una nave da guerra stelle e strisce diretta in America sfuggendo così all’incidente Shinmiyangyo (tragico episodio che costò la morte di moltissimi coreani per mano statunitense). Nel 1905, ormai adulto, torna nel suo paese di origine come soldato del reggimento americano posto proprio a Joseon e si innamora di una donna aristocratica della famiglia leader spirituale del luogo. Altri personaggi intrecceranno la propria vita a quella dei protagonisti tra cui Goo Dong-Mae, figlio di un macellaio che fugge dalla sua patria rifugiandosi in Giappone in cerca di una nuova vita e che, descritto come un personaggio tragico, si innamorerà della giovane aristocratica Kim Tae-ri ( altro personaggio femminile della serie ) rischiando tutto pur di amarla; ed un certo Byun Yo-Han, presentato come un’infantile playboy dal cuore caldo che creerà non poco caos all’interno delle vicende e forse un triangolo amoroso tutt’altro che scontato.

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Questa la trama dell’ultima fatica di Kim Eun-Sook sceneggiatrice (che io seguo alla follia) già “colpevole” di aver dato vita, attraverso la sua penna, a storie quali Discendent of the Sun e Goblin. Nel 2018 promette ancora di regalare meraviglie, completando un ciclo narrativo iniziato nel non troppo lontano 2016 e trovandone l’apice proprio quest’anno con il suo Mr. Sanshine.

In programmazione a luglio per il canale Tvn (in italia sarà trasmesso sulla piattaforma Netflix), la serie sembra essere la giusta miscela di tutti quegli elementi narrativi che hanno fatto dei suoi precedenti lavori, drama acclamati anche fuori i confini asiatici. Senza contare poi il cast a cinque stelle ingaggiato per il progetto che sancisce il ritorno al piccolo schermo di un’attore amatissimo anche in campo internazionale, tale Lee Byung-Hun affiancato rispettivamente da: Kim Tae-Ri,Yoo Yeon-Seok, Kim Min- Jung e Byun Yo-Han.

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Aspettando in febbricitante trepidazione la storia che promette di saziare il digiuno d’amore contrastato a sfondo storico-patriottico di noi dramagirls, torniamo indietro di tre anni quando, una visibilmente emozionata Kim Eun- Sook, affiancata dal co-sceneggiatore Kim Won-Suk ( già conosciuto per drama altrettanto famosi quali Lovers, Secret garden, A gentleman’s dignity, The heirs), da un cast stellare ed una troupe tecnica da far invidia ad una produzione cinematografica, presenta il suo Discendent of the Sun.

E’ molto difficile descrivere questo drama nella sua interezza in quanto oltre alla trama principale vi sono molte sotto trame, date dai problemi e dalle situazioni che si trovano a vivere i personaggi “secondari” (tutti caratterizzati alla perfezione) che come fili, si intersecano tra loro danno vita ad una dinamica adrenalinica che terrà incollati allo schermo con “il cuore in gola”.

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Ci troviamo al confine tra le due Coree, Yoo Shi Jin è il capitano delle Forze Speciali sudcoreane alle prese con una missione delicata in campo neutrale, intanto a Seul, Kang Mo-Yeon, una dottoressa del pronto soccorso dell’ospedale di Haesung combatte insieme ai suoi colleghi per salvare vite. Altri personaggi vitali per la narrazione sono il collega/amico di Shi Jin, Dae Yeong che ha una relazione con la soldato/dottoressa Yoon Myeong-Joo (secondo personaggio femminile del cast principale) figlia dal generale dell’esercito, quest’ultimo tra l’altro contrasterà la loro storia d’amore (potete ben capire le implicazioni e preparare dunque i fazzoletti). I due soldati, in licenza dopo l’ultima missione al confine con la Corea del Nord, sventano una rapina ferendo e prestando al tempo stesso soccorso al ladro (personaggio che nel corso della serie riserverà non poche sorprese). In questa occasione Shi Jin conoscerà la dottoressa Kang Mo-Yeon e fra i due si svilupperà un’intesa speciale. Cominciano a frequentarsi, ma a causa delle rispettive professioni sono costretti a separarsi. Si incontrano otto mesi dopo in circostanze che non stò qui a svelare dando avvio ad una delle più belle storie mai concepite da mente umana.

“Io sono un dottore. La vita ha una dignità e penso che niente valga più di quella dignità ma la tua battaglia consiste nel salvare vite attraverso la morte di altri!”

” Sono un soldato. Il motivo per cui faccio questo lavoro è che è qualcosa che qualcuno deve fare, e io e la mia famiglia, la dottoressa Kang e la sua famiglia e tutte le persone importanti per quei parenti… è perchè credo che il mio lavoro proteggerà la libertà e la pace di questa Nazione dove vivono queste persone!”

Ci si trova di fronte una serie tv che unisce due mondi all’apparenza antipodi l’uno dell’altro, quello militare ( rappresentato dal nostro capitano nome in codice: “big boss” ) e quello medico (rappresentato dalla nostra dottoressa nome in codice: “beautiful”). Ci si trova al cospetto di due degli attori più acclamati in patria Song Hye Kyo e Song Joong Ki (dopo il drama hanno cominciato a frequentarsi per poi convolare a nozze ad un anno esatto dalla fine delle riprese ), che hanno saputo rendere vive le difficoltà e le implicazioni psicologiche della relazione tra due personaggi caratterialmente complessi. Una delle forze del drama infatti, è sicuramente rintracciabile nel fatto che narrativamente i due personaggi sono indipendenti l’uno dall’altra.

In generale nei kdrama c’è la “pessima” abitudine a rendere il personaggio femminile “dipendente” dalle azioni del personaggio maschile che per la maggior parte del tempo prende decisioni, si muove, sbaglia ecc ecc. Ebbene tutto ciò non avviene in questa serie anzi!

Entrambi sono personaggi forti individualmente, con le spalle larghe, con il peso delle responsabilità, di relazioni fallimentari (per la prima volta non troviamo un passato in comune, dove i due conoscendosi fin da piccoli sono “predestinati” a stare insieme) e con ambizioni lavorative (sopratutto per il personaggio di Kang Mo-Yeon). Altra forza della sceneggiatura sta sicuramente nel saper rendere molto bene la delicata situazione diplomatica tra le due Coree e tutto ciò che implica militarmente la questione dell’essere un soldato di una nazione ancora divisa. Seppur una serie TV essa può essere un’incentivo ad informarsi (in altre sedi è chiaro) sulla “faccenda Coreana”che tanto sta facendo discutere il mondo in questo periodo.

Altro punto di forza sono proprio le storie che fanno da cornice alla principale. Come non citare ad esempio i due coprotagonisti che struggendosi l’uno per l’altro combattono per stare insieme, dando vita ad alcune scene memorabili del drama. Come poi, non spendere due parole per il collega “sensibile” della dottoressa, rappresentato dal leader degli Shinee (gruppo musicale del kpop) Onew, alle prese con la moglie incinta ed in procinto di partorire proprio quando lui dovrà affrontare, lontano da casa, la realtà cruda dell’essere un medico. Oppure, ancora, accennarvi la storia tra l’infermiera dello staff (Seo Jung Yeon ) ed un medico, anch’esso collega della protagonista, (Yi Seung Jun) che con la loro lucidità mentale (più lei che lui ) saranno di enorme supporto agli eventi e al mantenere la calma in situazioni sul filo del rasoio. Ed ancora, il personaggio del medico senza frontiere Daniel che con la moglie russo-coreana ( se conoscete un po di storia questo particolare farà suonare qualche campanello d’allarme) salverà più volte i protagonisti da situazioni pericolosissime.

Screenshot_2018-06-15-01-25-10Un plauso va fatto, infine, all’attore David Mcinnis che con il suo personaggio ha arricchito la serie di un’altro tema delicato come quello del traffico di esseri umani (sopratutto ragazzine), armi e droga da parte di ex soldati diventati mercenari. Si! perchè questo kdrama è originale anche dal punto di vista antagonistico. Non c’è infatti un solo cattivo, ma si susseguono personaggi più o meno sgradevoli ( basti pensare all’odioso responsabile della centrale energetica interpretato da Jo Jae Yun e il tenente del dipartimento di difesa della Corea del nord a capo delle trattative di pace con il Sud Corea) che saranno “ostacoli” più o meno difficili e pericolosi da superare. Insomma, MOLTO PIÙ DI UNA STORIA D’AMORE.

Non c’è bisogno di dilungarsi sull’aspetto tecnico. Questo kdrama durante il corso del 2016, ma anche nei primi mesi del 2017 ha continuato a ricevere premi che dalla regia, agli attori, dal montaggio piuttosto che per la fotografia e le musiche (Ost indimenticabili che vi consiglio di recuperare) ha consacrato il successo definitivo della serie tv rendendo memorabile il progetto. E se si sa che squadra che vince non si cambia mai, ecco la sceneggiatrice tornare in auge nel 2017 (affiancata dal regista di Discendent e dalla troupe della Tvn) annunciando il suo nuovo lavoro, Goblin: The Lonely and Great God.

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Anche di questa serie è difficile descrivere la trama se non affermando che ci si trova di fronte ad una vera e propria metafora del “senso della vita” ed ecco il perchè!

Questa è una storia mascherata da commedia romantica fantasy. La sceneggiatrice infatti usa l’elemento “irreale” presente nella storia come chiave/mezzo per raccontare i sentimenti umani. Dall’amore all’amicizia, dalla morte alla reincarnazione, dalla disperazione alla gioia, tutto è in funzione di un disegno più grande.

Seul 2016, Kim Shin (personaggio principale interpretato da quel pezzo di manzo di Gong Yoo) ha bisogno di trovare una moglie umana per poter porre fine alla sua vita da immortale (abbandonate l’dea romantica di due ragazzi sposati per “caso” perchè questa è tutt’altro che una storia d’amore canonica). Egli infatti è un Goblin, un Dio che prima di diventare tale aveva vissuto da umano come generale imbattuto di Goryeo (fate un po voi il conto di quanti anni abbia all’anagrafe). La serie catapulta più volte lo spettatore nell’arco temporale in cui Kim Shin viveva da umano, presentando personaggi e vicende imprescindibili per capire il presente che viene narrato e sopratutto il motivo per il quale egli voglia morire. Caso vuole che nel frattempo il Cupo Mietitore (interpretato dal bello quanto bravo Lee Dong Wook) affetto da amnesia diventi affittuario, per mano del nipote ( interpretato dall’idol Yook Sungjae) del segretario di Kim Shin, proprio della casa del Goblin. Tra i due inizia così una bizzarra convivenza attorno alla quale ruoteranno le vicende di altri personaggi primo fra tutti Ji Eun-Tak (interpretata da Kim Go Eun). Una ragazza (diciannovenne) che seppur con enormi difficoltà date sopratutto dalla sua “capacità” paranormale di vedere gli spiriti (anime di defunti con dei conti in sospeso e che vagano in un limbo aspettando di “passare oltre”) ha un carattere forte ed un’amore incondizionato per la vita. Avrebbe infatti, mille motivi per disperare e piangere in continuazione ed invece regala sorrisi a destra e manca, fa battute (anche discutibili) ed è molto solare tanto da diventare il vero e proprio personaggio “positivo” della serie.

Questo è solo l’incipit della storia che come detto poc’anzi è molto difficile da descrivere evitando di incappare in spiacevoli spoiler. Per esempio è difficile inserire nella trama la descrizione di uno dei personaggi forse più forti e al tempo stesso più fragili della vicenda, Sunny ( interpretata dalla superba Yoo In Na) se non dicendovi che è fondamentale ai fini della trama principale, che viene presentata nell’arco temporale del 2016 come proprietaria bellissima e nostalgica di un “ristorante” di pollo e che diventerà, per una serie di vicissitudini, il “capo” lavorativo della protagonista femminile. Come è altrettanto difficile andare a descrivere quello che è stato per me il personaggio più affascinante e misterioso dell’intera serie; una donnina anziana che ci viene presentata come una venditrice ambulante per le vie di Seul (interpretata da Kim Ji Hyun) e che, seppur compaia poche volte durante il drama, rappresenta un perno portante dell’intera vicenda (attenzione al rosso colore dominante nell’intera serie e che funge da elemento chiave per capire chi sia questo personaggio.Lo indossa praticamente sempre).

Questo è il kdrama che conferma la bravura della sceneggiatrice non solo per quanto riguarda il copione ma anche per l’accuratezza con cui ha scelto il cast. Se infatti, per il precedente lavoro ha richiesto attori che hanno un certo peso nel mondo dello spettacolo Coreano, anche in questo caso si è avvalsa di attori che hanno lavorato sopratutto nel mondo cinematografico asiatico come la talentuosa Kim Go Eun e lo stesso Gong Yoo (che ho avuto il piacere di conoscere in un’altro drama del cuore Coffe Prince, che tra l’altro consiglio di recuperare seppur datato). L’ elemento di forza risiede anche in questo caso, nella capacità con cui gli attori hanno reso vivi i personaggi e dato colore alle dinamiche relazionali.

Oltre alla caratterizzazione mostruosa dei personaggi, molto del successo della serie è dovuto alla chiarezza con il quale vengono messi insieme elementi della tradizione folcloristica coreana che rappresentano l’elemento fantasy, a scene divertenti e riflessive così vere da far male. L’errore in cui si poteva incappare e che poi è capitato ad altri drama(es. quel disastro di Bride of the Water God), è quello di rendere caotico e poco chiaro il tutto, creando un’impasto di scene in successione senza senso. C’è molta carne a cuocere in questa serie che va dalle due storie d’amore alla ricostruzione storica di Goryeo, all’aspetto religioso (che comprende anche il Dio cristiano) alla “faccenda” ostica della reincarnazione, al saper dosare scene che rappresentano i picchi drammatici della narrazione ( i casi delle anime da far “passare oltre”). Se come già detto, per altri drama l’inserimento di troppi elementi da gestire sarebbe stato un “buco nell’acqua” ( non me ne vogliano tutti coloro che invece hanno apprezzato il drama Bride of the Water God), qui a tenere tutto insieme è la lucidità di scrittura di Eun- Sook che con occhio chirurgico sa esattamente come gestire la giostra sul quale si trova a salire il telespettatore. Non c’è spazio per buchi di trama, cose non spiegate, situazioni rimaste “appese” come lenzuola. Ci si trova di fronte ad un cerchio geometrico perfetto. Tutto si chiude, nulla viene lasciato al caso.

E se tutto ciò non vi ha incuriosito a tal punto da recuperarla in streaming su Viki beh,ci pensa l’elemento dell’ironia macabra dell’essere “amici” della Morte (che filosoficamente è tutto un progetto) essere cioè così intimamente connessi alla cosa che più ci fa paura al mondo e che viene rappresentato in maniera impeccabile dal rapporto tra la protagonista femminile ed il Cupo Mietitore, nonché da alcuni dialoghi tra quest’ultimo ed il Goblin. (la sceneggiatrice qui si è superata!).

Quale modo migliore quindi, dell’attendere le sorprese che ci riserverà ancora la cara Kim Eun-Sook se non quello di recuperare questi due gioiellini?. Per coloro invece che hanno già visto ed amato queste chicche, tranquilli c’è tempo per un rewatching.

Stay tuned e buona visione!

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