Sono uno “sfacelo azzurro”che “non dimentica il dolore”!

Ci sono alcuni scrittori che con le loro parole danno una svolta alla tua vita e poi ci sono quei film che ti descrivono meglio di come potresti fare tu stesso. Per quanto mi riguarda se le parole di Murakami nel suo romanzo “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” mi hanno cambiato la vita, il film “Eternal sunshine of the spotless mind”, rappresenta in pieno una molteplicità di pensieri che ha definito ciò che sono stata e ciò che sono.

Una frase del film che riassume in pieno tutta la mia personalità è senz’altro questa:

“Parlare in continuazione non vuol dire comunicare”

Un mio divertimento personale è sempre stato quello di chiedere a chi mi conosce da poco, la prima parola con la quale mi descriverebbe a chi invece non mi conosce e vorrebbe farlo. Puntualmente esce fuori “logorroica” oppure “solare”. Mi nascondo dietro un muro di parole, stordisco il mio interlocutore per evitare che mi ponga domande che io ritengo “scomode” perchè in realtà sono molto riservata e tendo a farmi conoscere attraverso i miei interessi, passioni (come l’arte piuttosto ché la lettura ecc).

Quindi se mi soffermo a riflettere sinceramente su quale sia uno dei miei limiti più grandi direi proprio:

“Parlo in continuazione e raramente riesco a comunicare”

La mia esigenza di mettere su carta le parole e quindi scrivere, molto probabilmente nasce proprio dalla volontà di trovare il mezzo col quale comunicare la mia interiorità. Perché quando scrivi non puoi nasconderti. Devi venire a patti con le tue esperienze, con le tue ferite e con il caos mentale. Per questo un’altra frase del film che marchierò a fuoco sulla mia pelle è proprio quella detta da Clementine:

“Troppi uomini pensano che io sia un’idea o che possa completarli o che possa riuscire a ridargli la vita. Ma io sono solo una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale; non farmi carico della tua…”

Tutta la pellicola e dunque i personaggi e le varie sequenze di passato e presente che si alternano sullo schermo, ruotano attorno alla domanda : “E’ possibile cancellare la memoria di ricordi resi dolorosi da una relazione”?. Si parte dalla storia d’amore fallimentare di due persone che tentano, ognuno a proprio modo, di andare avanti per arrivare all’intento reale del regista, Michel Gondry (uno dei miei registi del cuore che ha regalato al mondo un’altro gioiello di pellicola “Mood Indigo”).

Il cuore del film risiede nella risposta che Michel dà alla domanda citata poc’anzi e cioè che se effettivamente ci fosse una macchina in grado di cancellare i ricordi dolorosi e dunque le ferite inferte dal nostro vivere allora saremmo delle persone inconsapevoli ed ingenue che vagherebbero nel mondo come facili prede. Saremmo in balia dei pericoli che senza l’esperienza provocata dal dolore non saremmo in grado di riconoscere e quindi schivare.

Molto spesso tendo ad evitare tutto ciò che potrebbe infliggermi sofferenza,ponendo una barriera difensiva alle esperienze spiacevoli e alle persone che potrebbero procurarmi delle ferite. Per questo sono entrata subito in empatia con il personaggio di Clementine ed il suo “scappare attraverso l’azione del cancellare”. Ma se dovessi immaginare una me stessa senza la mia esperienza che si basa sul dolore e le ferite del passato, allora arriverei proprio alla riluttanza del protagonista nel compiere una scelta drastica. Avere cioè la possibilità di cancellare il dolore, rimuovendo i ricordi eppure decidere di non farlo perchè è quella l’essenza della mia esistenza e ciò che sono è dovuto al fatto che ho avuto la capacità di saperlo attraversare”.

La traduzione del titolo in italiano non rende per nulla il fulcro del film e ciò su cui vuol far ragionare. Infondo sta a noi scegliere che tipo di atteggiamento avere nei confronti della realtà. Possiamo affrontarla, viverla e dunque anche inevitabilmente “deformarci attraverso gli altri” provando dolore e procurandoci ferite come Joel, oppure evitarla cancellando il dolore che ci permette di mantenere “Eterna gioia della mente vergine”.

Dunque il mio finale è che tendo a rimanere uno “sfacelo azzurro” la cui personalità risiede in un tubetto di colore, combattendo costantemente con l’eterna paura del “non ricordare il dolore”.

 

 

 

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