Sono uno “sfacelo azzurro”che “non dimentica il dolore”!

Ci sono alcuni scrittori che con le loro parole danno una svolta alla tua vita e poi ci sono quei film che ti descrivono meglio di come potresti fare tu stesso. Per quanto mi riguarda se le parole di Murakami nel suo romanzo “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” mi hanno cambiato la vita, il film “Eternal sunshine of the spotless mind”, rappresenta in pieno una molteplicità di pensieri che ha definito ciò che sono stata e ciò che sono.

Una frase del film che riassume in pieno tutta la mia personalità è senz’altro questa:

“Parlare in continuazione non vuol dire comunicare”

Un mio divertimento personale è sempre stato quello di chiedere a chi mi conosce da poco, la prima parola con la quale mi descriverebbe a chi invece non mi conosce e vorrebbe farlo. Puntualmente esce fuori “logorroica” oppure “solare”. Mi nascondo dietro un muro di parole, stordisco il mio interlocutore per evitare che mi ponga domande che io ritengo “scomode” perchè in realtà sono molto riservata e tendo a farmi conoscere attraverso i miei interessi, passioni (come l’arte piuttosto ché la lettura ecc).

Quindi se mi soffermo a riflettere sinceramente su quale sia uno dei miei limiti più grandi direi proprio:

“Parlo in continuazione e raramente riesco a comunicare”

La mia esigenza di mettere su carta le parole e quindi scrivere, molto probabilmente nasce proprio dalla volontà di trovare il mezzo col quale comunicare la mia interiorità. Perché quando scrivi non puoi nasconderti. Devi venire a patti con le tue esperienze, con le tue ferite e con il caos mentale. Per questo un’altra frase del film che marchierò a fuoco sulla mia pelle è proprio quella detta da Clementine:

“Troppi uomini pensano che io sia un’idea o che possa completarli o che possa riuscire a ridargli la vita. Ma io sono solo una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale; non farmi carico della tua…”

Tutta la pellicola e dunque i personaggi e le varie sequenze di passato e presente che si alternano sullo schermo, ruotano attorno alla domanda : “E’ possibile cancellare la memoria di ricordi resi dolorosi da una relazione”?. Si parte dalla storia d’amore fallimentare di due persone che tentano, ognuno a proprio modo, di andare avanti per arrivare all’intento reale del regista, Michel Gondry (uno dei miei registi del cuore che ha regalato al mondo un’altro gioiello di pellicola “Mood Indigo”).

Il cuore del film risiede nella risposta che Michel dà alla domanda citata poc’anzi e cioè che se effettivamente ci fosse una macchina in grado di cancellare i ricordi dolorosi e dunque le ferite inferte dal nostro vivere allora saremmo delle persone inconsapevoli ed ingenue che vagherebbero nel mondo come facili prede. Saremmo in balia dei pericoli che senza l’esperienza provocata dal dolore non saremmo in grado di riconoscere e quindi schivare.

Molto spesso tendo ad evitare tutto ciò che potrebbe infliggermi sofferenza,ponendo una barriera difensiva alle esperienze spiacevoli e alle persone che potrebbero procurarmi delle ferite. Per questo sono entrata subito in empatia con il personaggio di Clementine ed il suo “scappare attraverso l’azione del cancellare”. Ma se dovessi immaginare una me stessa senza la mia esperienza che si basa sul dolore e le ferite del passato, allora arriverei proprio alla riluttanza del protagonista nel compiere una scelta drastica. Avere cioè la possibilità di cancellare il dolore, rimuovendo i ricordi eppure decidere di non farlo perchè è quella l’essenza della mia esistenza e ciò che sono è dovuto al fatto che ho avuto la capacità di saperlo attraversare”.

La traduzione del titolo in italiano non rende per nulla il fulcro del film e ciò su cui vuol far ragionare. Infondo sta a noi scegliere che tipo di atteggiamento avere nei confronti della realtà. Possiamo affrontarla, viverla e dunque anche inevitabilmente “deformarci attraverso gli altri” provando dolore e procurandoci ferite come Joel, oppure evitarla cancellando il dolore che ci permette di mantenere “Eterna gioia della mente vergine”.

Dunque il mio finale è che tendo a rimanere uno “sfacelo azzurro” la cui personalità risiede in un tubetto di colore, combattendo costantemente con l’eterna paura del “non ricordare il dolore”.

 

 

 

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Da qualche parte sotto un cielo stellato… una Primavera che fatica ad arrivare!

#CulturaInPillole:

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera. (Alda Merini)

Non c’è regola senza eccezioni!. E di eccezioni questo mese pazzo c’è ne sta regalando molte in molti campi.  Primo tra tutti la situazione climatica che rende strano rendersi conto che in realtà siamo in pieno equinozio di Primavera.

Una Primavera anomala, praticamente invisibile se non tramite immagini e cartoline di amici sparsi nel mondo che attestano a noi Italiani che, Si! La primavera è arrivata e Si! non temete arriverà a breve anche dalle nostre parti.

Altra anomalia di Marzo sono state per me le letture e ancor di più le serie tv che sto seguendo, sotto molti aspetti lontani dal mio carattere e dai miei gusti che invece mi sono ritrovata inspiegabilmente ad apprezzare e sorprendentemente a consigliare, qui sul blog.

Lacuna che sto ampiamente continuando a colmare è la mia poca familiarità con i classici. Ne ho letti pochi e male (colpa forse la giovane età quando mi capitò tra le mani un titolo classico e sopratutto le letture obbligate del periodo scolastico). Mi sono ripromessa di recuperare autori e titoli sopratutto di un periodo storico, l’età vittoriana, e di un luogo, l’Inghilterra che da sempre mi hanno coinvolto e affascinato.

Dunque è stato il periodo di Wilkie Collins e del suo romanzo “La donna in bianco”. Ho trovato questa lettura appassionante e sopratutto capace di trasportarti nella Londra ottocentesca che alterna quadretti all’apparenza perfetti di famiglie “civilizzate” ai quartieri malfamati, dall’aria resa acre della poca igiene, dal fango delle strade e da personaggi loschi e malvestiti. Altra cosa che colpisce e che l’autore stesso spiega all’inizio del romanzo è il tipo di tecnica narrativa. Seguiremo infatti le vicende come fossimo in un aula di tribunale. C’è il caso, un imputato, e vari personaggi che verranno chiamati in causa come fossero alla sbarra, dando testimonianza delle vicende a cui hanno preso parte e che insieme costituiranno tutta la storia che il lettore sfoglierà tra le pagine di questo romanzo.

Una scrittura piacevolissima e che si fa leggere con facilità. Non lasciatevi infatti intimidire dalla mole. Si tratta di una storia appassionante, di personaggi accattivanti, di colpi di scena e sopratutto un ritmo narrativo molto veloce che facilità appunto la lettura rendendola scorrevole. Lo consiglierei a chi è appassionato di gialli a chi adora intrattenersi con della buona letteratura ma anche a chi si approccia per la prima volta ad un genere che può senz’altro intimidire.

Oltre al proposito di recuperare dei classici il mio 2018 sta procedendo verso un percorso che sento l’esigenza di fare verso donne che per me rappresentano dei modelli sopratutto di scrittura (sfera con il quale ho un rapporto di odio-amore). Per cui dopo aver letto alcuni titoli già citati precedentemente sul blog di autrici del calibro di Virginia Woolf e Sylvia Plath, era tempo di dedicarmi ad una donna che ha sempre sortito un fascino ed un timore referenziale su di me : Alda Merini.

Premetto che non ne capisco niente di poesia e che un’altra esigenza sorta in questo periodo è proprio recuperare questa lacuna. Anche in questo caso complice la scuola ho sempre trovato questa sfera ostica se non addirittura irraggiungibile per me. Invece prima con la Plath poi con la Merini, mi sono innamorata delle PAROLE.

Sono donne che attraverso le loro poesie raccontano in particolare il dolore anzi lo hanno provato, ci sono entrate dentro, l’hanno interrogato, “dissezionato come fosse un cadavere” pezzetto per pezzetto e lo hanno offerto al lettore. Le loro poesie permettono di entrare in contatto con quei tasti così intimi e profondi di noi stessi che la capacità auto conservativa del nostro essere umani nasconde, sotterra perchè se venissero a galla ci renderebbero fragili, ci renderebbero nudi dinanzi al mistero dei sentimenti.  Insomma non abbiate paura di accostarvi a queste personalità che sono per noi miniere preziose di Umanità. (Consiglio su Netflix di recuperare il bellissimo documentario datato ma bellissimo: La pazza della porta accanto). 

Per farla breve invece sui consigli riguardanti le serie tv, sono stata molto felice di notare la particolare attenzione che Netflix sta riservando ai kdrama e per chi ama il genere Crime o comunque storie tutt’altro che romantiche vi consiglio 4 titoli interessanti e molto belli.

Prison Playbook.

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Avete amato Orange is the new black? Ecco allora non potrete non amare questa serie che parla delle vicissitudini di un gruppo di carcerati, di una cella il cui numero vi tatuerete alla fine della storia(fidatevi) ed in particolare di un tonto giocatore di baseball che nella sua ingenuità si troverà a fare i conti con situazioni pericolose e personaggi tutt’altro che scontati. (Aspettavo da tanto un’attore che seguo da molto e che ho ritrovato superbo nell’interpretazione della guardia carceraria nonché amico storico del protagonista).

Stranger

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Un procuratore ed una Detective. Casi da risolvere e sopratutto una verità che bisognerà cercare nelle profondità di acque torbide. Queste le premesse e se questi pochi cenni non vi bastano a convincervi ci pensa il cast,in particolare una (a mio modesto parere) delle più brave attrici coreane in circolazione. ( Si! non state sbagliando se avete visto Sense8 la riconoscerete subito).

Argon

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Se siete curiosi, amanti o studiate giornalismo, questa è la serie che fa per voi. Ci troviamo infatti negli studi televisivi di un telegiornale che si occupa principalmente di inchieste e di scavare dove nessun’altro oserebbe. Si parla di etica, politica, ma sopratutto di cosa comporta essere un Giornalista con la “G” maiuscola.

Anche di questo non posso che dirvi che è appassionante, coinvolgente e sopratutto interessante. Spinge infatti a più riflessioni e se le prime due serie che vi ho consigliato sono puramente di intrattenimento, questa è per chi vuole la godibilità associata ad un pensare a ciò che ci circonda.

Per Bad Guys il discorso è diverso perchè in realtà anche se la storia può essere seguita anche senza aver visto la prima stagione ci sono molti rimandi, scene e Cameo riguardanti la prima squadra ed il mio consiglio spassionato è recuperarla per poi proseguire su Netflix con la seconda. (Io amo la prima stagione, sono di parte, ci sono due attori coreani che seguo ai limiti dello stolking).1200x630bb

 

In conclusione di questo ammasso di parole,un’altro consiglio ( e anche l’ultimo promesso) riguarda invece la serie d’animazione le cui puntate escono sulla piattaforma citata poc’anzi ogni giovedì. Si tratta di Violet Evergarden di cui ho citato una frase che mi ha colpito molto ed una delle puntate ( fino ad ora) che mi è piaciuta di più.

Parla in sostanza di una ragazza troppo piccola per vivere certe esperienze orribili come la guerra,che viene usata come una vera e propria arma e che alla fine di quest’ultima viene ingaggiata in una compagnia come “bambola di scrittura automatica”. Non lasciatevi spiazzare dalla trama dategli una possibilità, anzi lo consiglio a chi si approccia per la prima volta al genere anime.

Con questo ultimo gioiellino da affidare alle vostre cure, zia fenice ritorna alla sua poltrona, al suo romanzo in lettura ( si! è un’altro Collins) ed ad una bella tazza fumante di cioccolata calda ( no!tranquilli non sono ammattita, dove sono ubicata credetemi ci sta!).

 

Molto più di una storia d’amore!

#culturaInPillole: Appena diciassette anni fa nel 14 febbraio 2001 viene approvata la legge che consente alle donne italiane la possibilità di prestare servizio civile volontario.

Oggi è San Valentino la festa degli innamorati certo, ma chi l’ha detto che non possa essere una festa anche per i bibliofili? Per tutti coloro che attraverso attività di volontariato, servizio civile, attività di divulgazione culturale, di scambio di volumi nelle community di lettori o semplicemente svolgendo il proprio lavoro, fa circolare l’amore verso l’altro?.

Ecco!Oggi il mio articolo è dedicato a loro, a voi, a tutti noi.

AI soliti titoli gettonati da leggere in questo periodo vorrei proporre tre romanzi di cui uno è strettamente connesso al tema attualissimo del Femminismo ( che molto spesso si strumentalizza scadendo nel banale).

Il primo consiglio che ha come centro l’Amore per il sapere e per l’insegnamento è “Stoner”, romanzo pubblicato in patria nel lontano 1965, scritto da John Edward Williams e che grazie allo splendido lavoro di Fazi Editore è giunto nelle mani dei lettori italiani. Questo testo è un inno alla vita attraverso l’amore per la letteratura. Il personaggio principale Stoner per l’appunto, nasce in una povera famiglia nella campagna del Missouri e dopo aver seguito un corso di Lettere e Filosofia ( si innamora di Shakespeare) decide che sarà quella la strada da percorrere. Diventa docente. La carriera universitaria prosegue senza successi né promozioni, ostacolata per venticinque anni dal rettore. Stoner muore nel 1956 all’età di sessantacinque anni avendo vissuto una vita pressapoco incolore se non fosse che all’interno di essa ci sono talmente tante sfumature sottili come aghi, che penetrano nel lettore portandolo ad una commozione a fine lettura del tutto inaspettata.

Il secondo consiglio ha come centro una relazione un po particolare o meglio un personaggio un po particolare. Il romanzo che vi propongo “Il giovane Robot”di Sakumoto Yōsuke affronta un tema molto delicato di cui non svelo nulla ( mi raccomando non fate grandi ricerche ma godetevi questo gioiello entrando in esso bendati).

L’adolescente Tezaki Rei è un robot in incognito, progettato da uno scienziato sconosciuto ma geniale, che ha il compito di portare felicità agli esseri umani. Quello di Rei è un modello sperimentale di alta qualità: ha grandi abilità e capacità mnemoniche superiori. Riflette con distacco sulle azioni degli uomini, che non sanno della sua natura di robot. È perfettamente mimetizzato tra loro, sebbene in più di un’occasione la complessità dei sentimenti umani, mal padroneggiata da Rei, lo porti a vivere mille equivoci e incomprensioni, spesso esilaranti, che mettono in crisi le sue funzioni di automa, sottoponendolo a dei crash di sistema che lo costringono a rivedere radicalmente i suoi piani.
Il nostro robot dovrà andare alla ricerca di un passato rimosso, doloroso e molto diverso da quello che credeva. Questa nuova consapevolezza lo costringerà ad affrontare un difficile percorso in cui ripensare totalmente la sua esistenza, in cerca di un rinnovato senso di sé e un nuovo rapporto con la realtà e le persone.

L’ultimo consiglio ha come cuore il tema del “femminismo”. Argomento scottante quanto inflazionato, per cui sotto un taglio più trasversale vi propongo il recupero di un testo “Femminismo e Anarchia” di Emma Goldman.

Edito dalla BFS questo è una raccolta di saggi sul tema scritti da Emma Goldman con un’introduzione di  Bruna Bianchi. Lascio alla quarta di copertina il compito di affascinarvi e condurvi in una delle discussioni più attuali e del quale sentiamo parlare invece con troppa poca profondità:

Donna e anarchica, Emma Goldman rappresenta ancora oggi un’originale chiave di lettura della realtà contemporanea. Trasferendo nella scrittura l’intelligenza e la passione che caratterizzarono il suo attivismo in America, in Russia e nella Spagna repubblicana, “Emma la rossa” si presenta come una delle voci più rappresentative del movimento anarchico e femminista. Il suffragio femminile, il matrimonio, le gabbie morali del puritanesimo e il dramma della prostituzione sono alcuni degli argomenti affrontati dalla militante, che ha saputo fare delle sue idee una griglia d’interpretazione della condizione della donna. Attraverso i suoi scritti si ripercorrono trent’anni di lotta contro l’oppressione di uno Stato che, complice della religione, ha imbrigliato le potenzialità femminili nell’immagine della donna come madre e moglie asservita. Un’oppressione sessuale ed economica, quindi, contro cui Emma Goldman lanciò le sue parole di condanna «per una liberazione della donna che deve iniziare», prima di tutto, «nella sua anima». 

P.s. Andrete a vedere Gullielmone al cinema stasera?. Esce oggi nelle sale per allietarci il #valentinsday  “La forma dell’acqua”.

Fate l’amore e buone                                                                                                                        letture dalla vostra Fenice

 

 

 

 

I lati oscuri dell’AMORE. Letti di notte.

#culturaInPillole: Il nome Febbraio deriva dal latino “februare”, che significa “purificare” o “rimediare agli errori” dato che nel calendario romano febbraio era il periodo dei rituali di purificazione, tenuti in onore del dio etrusco Februus e della Dea romana Febris, i quali avevano il loro clou il giorno 14. Tale ricorrenza pagana sembrerebbe poi essere confluita nel culto cristiano tributato in onore a Santa Febronia, poi soppiantata da San Valentino.

Senza volerlo mi sono resa conto che le letture di questo periodo hanno assunto tinte sconcertanti, affascinanti dell’amore folle, oscuro, passionale, caratterizzato dalle incontrollabili pulsioni sessuali. Primo fra tutte Follia di Patrick Mcgrath.

Nel romanzo, lo scrittore investiga la vita matrimoniale ed in particolare la figura femminile di Stella in chiave psicologica. Infatti, scavando nella psiche della donna frustrata ed intrappolata in un matrimonio privo di passione ed emotivamente arido, che intraprende una relazione extraconiugale con un certo Edgar Stark ( scultore dalla personalità complessa in semilibertà nell’istituto psichiatrico dove lavora Max, marito della protagonista), Patrick Mcgrath ci guida nella rappresentazione della mente umana che ci parla appassionatamente ed ossessivamente di follia, malattia, psichiatria, amore, desiderio, relazione, oltrepassando il confine dell’ ovvio e ridefinendo continuamente i confini dell’essere. Bellissimo e consigliato a chiunque sia affascinato da questa tematica. L’appunto sulla penna dello scrittore: scorrevole, piacevole dalla terminologia tecnica (per quanto riguarda il campo della psichiatria) mai troppo complessa da capire. Il romanzo si fa leggere con naturale scioltezza nonostante la trama possa far pensare che sia un volume pesante da affrontare.

Altra lettura sul filone della follia “amorosa” è stata La camera azzurra di Georges Simenon. Anche in questo caso si parla di una relazione sessuale extraconiugale. La vicenda si svolge a Saint-Justin-du-Loup, un paesino della provincia francese, teatro di una vicenda di adulterio e delitti. Tutto comincia nella stanza (dalle pareti azzurre) di un hotel: due amanti ( entrambi sposati) si riposano dopo essersi abbandonati alla passione. Lo scrittore in una lunga ed estenuante panoramica, indaga quelli che sono per molti versi la pulsione famelica ed inspiegabile di questo “rapporto”e gli effetti devastanti che ricadono sulla vita di chi li circonda.

Rispetto a “Follia” ho trovato la lettura di “La camera azzurra” meno interessante e coinvolgente se non per il personaggio femminile. Una donna dalla personalità complessa tanto da rendere perplesso il lettore fino alle ultime righe, lasciandolo in sospeso con una domanda che ronzerà in testa anche dopo aver terminato la lettura:

 Cosa sareste disposti a perdere pur di vivere fino in fondo una passione? 

 

E se Febbraio è il mese più colorato del calendario, contraddistinto dal carnevale e dall’amore non posso che dedicare una breve parentesi al cinema. Primo consiglio per chi non avesse ancora visto questa pellicola è il film d’animazione “Your name”. Un lavoro che è il gioiello che lascia al mondo Makoto Shinkai. Regista d’animazione già conosciuto ed acclamato per altri lavori quali 5cm al secondo ed il giardino delle parole( entrambi consigliatissimi, sopratutto per chi è un cinico incallito, disilluso sul tema amoroso).

Il secondo consiglio è più attuale e riguarda la nuova fatica di quel grandissimo artista che è Gullielmo Del Toro. Regista (e non solo) già conosciutissimo e famoso per altri suoi lavori come “Il Labirinto del Fauno”o “La Spina del Diavolo”. Il titolo in questione è “La Forma dell’acqua” presentato in anteprima mondiale al Venezia 74 in uscita nelle sale italiane il 14 febbraio (più amore di così si muore).

 

Per quanto riguarda kdrama( serie tv coreane), consiglio spassionatamente di recuperare Legend of the blue see e Weightlifting fairy kim bok-joo (anche questi perfetti per il periodo che si avvicina: San valentino). Recuperabili, sottotitolati sulla piattaforma Viki.

Il primo è la complicata storia d’amore tra una sirena ed un umano (come direbbe mia sorella: che bel pezzo di umano poichè si parla dell’attore Lee Min Ho nel ruolo del protagonista).

Il secondo invece è la tenera e dolce storia d’amore tra due sportivi, un nuotatore ed una sollevatrice di pesi (tratto dalla vera storia d’amore tra due medaglie d’oro alle olimpiadi per la Corea).

 

Ebbene con queste piccole coccole per il cuore vi auguro di mangiare tanto buon cibo (sopratutto cioccolata), di innamorarvi, di fare bellissimi sogni e buone letture.

Sentimenti

Chicche da wordpress.

La poesia e lo spirito


Parliamoci chiaro: i sentimenti, spesso, fanno acqua da tutte le parti. Siamo presi da dubbi e aridità, le budella si contorcono per una delusione, un fallimento, un inizio di scoraggiamento. La chiamano negatività: un territorio avvolto nella nebbia, con sabbie mobili e crateri imprevedibili, sempre pronti a ingoiare l’esistenza. È il lavoro ai fianchi del male, che produce sottobanco la sua azione corrosiva, distruttrice, sottraendo speranza ed energie.
È allora che Gesù ci propone qualcosa: prendere i suoi sentimenti, lasciarsi contagiare dal suo desiderio di vivere in eterno. Quando ne facciamo l’esperienza, ci guardiamo allo specchio e ci sembra impossibile non averci mai pensato.

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Giano: passaggio e mutamenti

#culturaInPillole : il mese di Gennaio prende il nome dal dio romano Giano(Ianuarius),antica divinità di ogni forma di passaggio e mutamento.

Il primo mese dell’anno si accinge a finire portando con se propositi, idee, progetti, serie tv interessanti e letture illuminanti. Ma andiamo per gradi.

Tra i propositi fatti nel 2017 per l’anno nuovo, mi sta molto a cuore quello di dedicarmi a questo blog, in particolare alla scrittura ( non nascondo che potrei pubblicare, racconti e materiale “farina del mio sacco”) e condividere eventi culturali-artistici ( “sfera” questa che è il mio campo di studi) che potranno spaziare, abbracciando non solo Arte e Cultura ma che coinvolgeranno anche Musica, Film, Serie TV e Viaggi (altre mie grandi passioni). Dunque eccomi a scarabocchiare e sproloquiare tentando di essere sintetica.

Per quanto riguarda la sfera “serie TV” è prevalsa la nostalgia per le mie serie preferite ed ecco dunque che ho trascorso tutto il mese a riguardare Skam ( serie tv norvegese sul disagio giovanile accostato molto spesso alla serie inglese Skin), Sence8 in previsione del tanto bramato finale della serie ( Netflix facci la grazia!Grazie) e kdrama ( serie tv coreane alle quali darò ampio spazio prossimamente su questi schermi). Se non conoscete queste piccole perle, male, molto male. Andate a recuperarle.

Dopo l’Epifania passata a poltrire con la testa nel malefico mondo di N. ingurgitando una quantità spropositata di cioccolata sono ritornata alla realtà e alle mille cose da fare, perchè si sa la vita non è una serie tv (purtroppo). Ed ecco quindi Fenice dall’anima perennemente in pigiama sedere in treno verso Bologna. Seduto accanto a me c’era un passeggero un po particolare che mi ha portato in Giappone facendomi assaporare una vera e propria esperienza mistica di “viaggio nel viaggio”.

Prima lettura del 2018 è stato per me “Kafka sulla spiaggia” di quel mostro sacro che è Haruki Murakami. La trama la si potrebbe riassumere così:

“Un vecchio con l’ingenuità e il candore di un bambino. Un ragazzo, che ha scelto come pseudonimo Kafka, è in fuga dal padre, uno scultore geniale e satanico, e dalla sua profezia, che riecheggia quella di Edipo. Un viaggio quello dei due avanzando nella nebbia dell’incomprensibile schivando numerosi ostacoli, ognuno proteso verso un obiettivo che ignora ma che rappresenterà il compimento del proprio destino. Non si incontreranno mai, eppure legati imprescindibilmente da luoghi, fatti e personaggi: Hoshino, un giovane camionista di irresistibile simpatia; l’affascinante signora Saeki, ferma nel ricordo di un passato lontano; Òshima, l’androgino custode di una biblioteca; una splendida prostituta che fa sesso citando Hegel; e poi i gatti, che sovente rubano la scena agli umani. E infine Kafka. “Uno spirito solitario che vaga lungo la riva dell’assurdo”.

Premetto col consigliare questo romanzo a chi ha già affrontato questo scrittore o comunque altri titoli che abbracciano il filone del “realismo magico”. Nel caso vi approcciaste per la prima volta a Murakami consiglio qualcosa di molto più vicino alla nostra concezione Occidentale della narrativa come “Norwegian wood. Tokyo blues”oppure “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” (entrambi romanzi di formazione) se invece come me siete già ferrati con questo magnifico scrittore consiglio di proseguire con la scoperta di questo romanzo. Non abbiate paura dei riferimenti filosofici è un romanzo godibile reso tale dalla semplicità e dalla scrittura magnifica di Murakami. La storia è bellissima e può avere molte chiavi di lettura che cambiano a seconda del lettore ed è per questo che ogni volta che ci si riunisce intorno a questo titolo si creano sempre conversazioni stimolanti, con punti di vista sempre diversi. Io per esempio auguro a me stessa una crescita interiore al contrario (avrei tanto voluto essere matura quanto Tamura nei miei quindici anni e da vecchia spero di essere diventata una bambina candida e meravigliata di tutto ciò che mi circonda tanto quanto Nakata).

Dopo aver viaggiato in terra nipponica “la macchina di inchiostro”  mi ha catapultata nell’inverno rigido del dicembre 2015 alla volta dell’America e precisamente a Brooklyn. Per strada ho fatto la conoscenza di  Lucía Maraz che imprecava per il freddo ed era intenta a chiamare il suo padrone di casa Richard Bowmaster mentre la giovanissima Evelyn sul marciapiede opposto combatteva contro il suo passato ed un attuale presente ancor più buio, rappresentato da un lavoro presso una famiglia “disagiata”. Vengo ospitata gentilmente da Lucìa “nel suo bugigattolo di Brooklyn, un metro sotto il livello della strada e mal riscaldato” e vengo a conoscenza, tra una chiacchiera e una tazza di tè fumante della sua vita da emigrante cilena in America, del suo essere stata sorella, madre, moglie e poi semplicemente donna. Poi siamo state bruscamente interrotte dall’imprevedibilità della vita che ancora una volta sfida i miei nuovi amici, unendoli per sempre sotto una bufera di neve che tingerà tutta la città di bianco e che tenterà di camuffare un cadavere “scomodo”.

Lettura attualissima considerando la situazione politico-sociale con il quale conviviamo. Ci sono tutti i temi cari alla “mia” Allende primo tra tutti il fenomeno dell’emigrazione. Anche di questa scrittrice consiglio sempre come primo approccio altre sue opere come ” Il quaderno di Maya” oppure “La casa degli spiriti” così da capire se come stile di scrittura e come tematiche possano interessare. Consiglio invece questo titolo a tutti coloro che si trovano nella fase ” studente fuori sede” e a chi invece per motivi lavorativi o di vicissitudini varie si trasferisce in ” terra straniera”. Sarà una carezza alle vostre angosce, alla sensazione di fuori posto, alla strana emozione di tornare dove si è cresciuti sentendosi “sconosciuti”.

Dall’America mi sono poi trasferita in Inghilterra dove mi sono innamorata di una donna. Questa donna si chiama Virginia che ho ribattezzato, prendendomi qualche licenza poetica, “falena”. Non la conoscevo prima di questo volume o per meglio dire non la conoscevo davvero prima di approcciarmi a “Diario di una scrittrice”. Si! perché questa scrittrice la si incontra per la prima volta tra i banchi di scuola quando non si è ancora consapevoli di avere tra le mani un gioiello di inestimabile valore umano e sopratutto letterario. In questo volume vengono raccolti ad opera del marito Leonard, tutti i diari relativi all’attività di scrittrice e critica letteraria di Virginia, facendoci entrare attivamente nel suo meraviglioso processo creativo che ha portato alla luce opere tra le quali “Le onde”e ” Gita al Faro”.

Ed è con questo viaggio all’interno di una mente brillante quanto tormentata dalla malattia che ho valicato la porta rappresentata da Gennaio verso la mia nuova casa il 2018 e le nuove “stanze” da esplorare con l’augurio di dipingere, creare, leggere,amare.

Buona vita, Fenice.

“La verità è che scrivere è il piacere profondo, essere letti quello superficiale”

“Voleva approfittare di ogni singolo giorno, perchè ormai erano contati…non c’era tempo da perdere” 

«Kafka sulla spiaggia si legge come il suo autore deve averlo scritto: con la sensazione di entrare a occhi aperti in un sogno visionario e risonante di profezie, dove le scoperte e le rivelazioni si susseguono, ma il cuore più profondo resta segreto e inattingibile». Giorgio Amitrano                   

Lettera di Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini

              
Oggi voglio far spazio sul blog a due grandi personalità che non oso ridurre meramente al contesto giornalistico e che l’italia di ieri e di oggi stentano del tutto a comprendere. Esempi di una coscienza civica che noi giovani forse abbiamo perso. Il 16 novembre del 1975 Oriana Fallaci scrive questa lunghissima lettera, indirizzandola idealmente a Pier Paolo Pasolini e facendocene (forse) comprendere l’animo. Un uomo, “una luce ” come lo definisce la Fallaci, che si ammira ma di cui si è anche tremendamente impauriti tanto da renderlo scomodo, criticato , violentato pubblicamente e infine ucciso con la stessa crudeltà con cui egli stesso presentava la verità.

“Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali e appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la stessa violenza con cui ti hanno ammazzato. Me la sono portata dietro per due o tre settimane, le ho fatto fare il giro di mezzo mondo fino a New York, poi l’ho messa non so dove e mi chiedo se un giorno la ritroverò. Spero di no. Vederla di nuovo mi farebbe male quanto me ne fece quando la lessi e rimasi intirizzita a fissar le parole, sperando di poterle dimenticare. Non le ho dimenticate, invece. Posso quasi ricostruirle a memoria. Più o meno, così: “Ho ricevuto il tuo ultimo libro. Ti odio per averlo scritto. Non sono andato oltre la seconda pagina. Non voglio leggerlo, mai. Non voglio sapere cosa v’è dentro la pancia di una donna. Mi disgusta la maternità. Perdonami, ma quel disgusto io me lo porto dietro fin da bambino, quando avevo tre anni mi sembra, o forse erano sei, e udii mia madre sussurrare che…”. Non ti risposi. Cosa si risponde a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue. E come consolarti, placarti, di una simile ineluttabilità? Le parole con cui consolarti erano nel libro che tu rifiutavi con ira, l’unico modo per placarti sarebbe stato prenderti fra le braccia: amarti come solo una donna sa amare un uomo. Ma tu non hai mai permesso a una donna di prenderti fra le braccia, amarti. Quel nostro ventre da cui sei uscito ti ha sempre riempito di orrore. Fuorché tua madre, che veneravi come una Madonna messa incinta dallo Spirito Santo, dimenticando che anche tu eri stato legato a un cordone ombelicale che si snoda nel sangue, noi donne ti incutevamo fisicamente un disgusto. Se ci accettavi, era per pietà. Se ci perdonavi, era per volontà. In ogni caso non dimenticavi mai la leggenda che dà a noi la colpa d’aver colto la mela, scoperto il peccato. Odiavi troppo il peccato, il sesso, che per te era peccato. Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione. Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio con il sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzi dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza).

In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso, prima o poi, per compiere il tuo suicidio. Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch’io? Forse, ma sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso. Eri così religioso, tu che ti presentavi come ateo. Avevi un tale bisogno di assoluto, tu che ci ossessionavi con la parola umanità. Solo finendo con la testa spaccata e il corpo straziato potevi spegnere la tua angoscia e appagare la tua sete di libertà. E non è vero che detestavi la violenza. Con il cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te. Io me ne accorsi fin dal primo incontro, quando ci conoscemmo a New York: ormai, dieci anni fa. E quel fatto mi impressionò più del tuo genio esaltante, della tua cultura irritante, della tua fantasia scatenata. Scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati. Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi. Sia che tu ti recassi nella Bowery o a Harlem o al porto, eri sempre presente dove c’era il male e il pericolo. Arthur Rimbaud in confronto diventava un’educanda. Quante volte ho temuto di sentirmi dire che ti avevano trovato con la gola tagliata o una pallottola in cuore. Una sera te lo confessai. Eravamo dinanzi al Lincoln Center e cercavi un taxi per recarti in un posto che non volevi ammettere. Per l’impazienza apparivi inquieto, tremavi. Mormorai: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo”. E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: “Sì?”. Ricordi, vero, quei giorni a New York? Venivi nel mio appartamento, sedevi sul vecchio divano, chiedevi una Coca-Cola (non ti ho mai visto ubriaco) e mi raccontavi di amare New York perché era sporca, senz’anima. Di quella città straordinaria vedevi soltanto la miseria morale, da ex-colonia dicevi, da sottoproletariato, e una povertà che paragonavi alla povertà di Calcutta, Casablanca, Bombay.

Un pomeriggio esclamasti: “Mi dispiace di non esser venuto qui prima, 20 o 30 anni fa, per restarci. Non mi era mai successo di innamorarmi così d’un Paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. Sì, l’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una guerra che affronti per ammazzarti”. Eri giunto da Montréal con il treno. Eri sceso a una stazione sotterranea e non avevi trovato un facchino. Con le valigie che ti stroncavano le braccia avevi percorso un tunnel, e in fondo al tunnel c’era una luce accecante. La città t’aveva aggredito con la gloria di un’apparizione: Gerusalemme che appare agli occhi di un crociato, dicesti. I grattacieli invece li vedevi come le Dolomiti, e io ti ascoltavo in preda alla paura: eri solo poeta o anche pazzo? Non avevo mai pensato che New York potesse essere vista come Gerusalemme e i grattacieli come le Dolomiti. Ma in cima a quei grattacieli non volevi salire mai. Quante volte tentai di portarti all’ultimo piano dell’Empire State Building! Ti promettevo: “È come salire sulla vetta di un monte, il vento è pulito lassù”. Mi opponevi sempre una scusa: a te non interessava il vento pulito. Interessava la laidezza della Quarantaduesima Strada, con le sue luci rosse da inferno e i negozi che vendono pornografia. “Ieri, nella Quarantaduesima, ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto. L’ha fissato e poi l’ha scaraventato per terra con collera tale che il pacchetto s’è rotto. Dopo l’uomo s’è appoggiato al muro, è scivolato piano per terra ed è rimasto lì: a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, aiutarlo. Neanch’io. Ma è male questo? È mancanza di pietà? Forse è una forma superiore di pietà. Capisci, lasciare gli altri morire”.
Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna. E io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna. Come due donne, non un uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto (Davoli, ndr), giubbotti per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: “Prigione di Stato. Galeotto numero 3678″. La provasti ripetendo: “Deliziosa, gli piacerà”. Poi uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza età alzavano cartelli su cui era scritto “Bombardate Hanoi”, e ci restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America. “Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su san Paolo”. Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studentesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? Io direi di no. Direi che lasciasti New York deluso perché non c’eri morto, perché ti eri affacciato sulla voragine e non vi eri caduto. Le notti trascorse in cerca del suicidio t’avevano reso soltanto le guance più scarne, lo sguardo più febbricitante. Mi sento, dicesti, come un bambino cui è stata offerta una torta e poi gliel’hanno sottratta mentre stava per addentarla. Sì, avresti dovuto bere mille altre amarezze prima di trovare qualcuno che ti facesse il dono di ucciderti, regalarti una morte coerente dopo una vita coerente. Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”.

Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. I giornali scrivevano che eravate amanti. Lo eravate? So che due volte, nella vita, hai provato ad amare una donna: restandone deluso. Ma non credo che una di queste due donne sia stata Maria. Eravate troppo diversi, troppo divisi esteticamente e psicologicamente e culturalmente. Allo stesso tempo però sembravate così uniti da una misteriosa complicità. Il mio sospetto è che tu l’avessi adottata come sorella, per farle dimenticare l’abbandono di Aristoteles Onassis. Non ti staccavi mai da lei, l’aiutavi perfino a vestirsi e a spogliarsi. Sulla spiaggia le ungevi le spalle perché il sole non gliele arrossasse. Ai ristoranti subivi ogni suo capriccio. Sempre indulgente, paziente, sereno come un infermiere di Lambaréné (città del Gabon dove Albert Schweitzer fondò il suo ospedale, ndr). Sì, c’era in te l’eroismo del missionario che va a curare i lebbrosi, la bontà del santo che subisce il martirio con gioia. Una sera ne parlammo, sul mare di Copacabana, dentro un tramonto di rosa e d’oro. Maria sonnecchiava sulla sabbia, fasciata in un costume da bagno nero, io ti raccontavo delle torture con cui i brasiliani seviziavano i prigionieri politici: il pau de arara, gli elettrochoc. Ma ascoltavi malvolentieri, quasi ti irritasse turbare con tali discorsi un tramonto di rosa e d’oro. Non mi rispondevi neanche. Solo quando ti accorgesti che ciò mi feriva, e io ti aggredii dicendo che allora non eri sincero nelle tue proteste e nelle tue battaglie, eri solo un Narciso che fingeva di battersi contro l’ingiustizia per esaudire la sua vanità, ti mettesti a parlare di Gesù Cristo e di san Francesco. Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di san Francesco. Una volta mi hai parlato anche di sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva sant’Agostino. È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ho compreso, in quell’occasione, che cercavi il peccato per cercare la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?”. Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse di amicizia. Ad Alekos Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi due libri di poesie. E, verso per verso, con il testo greco accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene. Ci ritrovammo per questo, rammenti? Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava “babbo”. E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme. Lasciarti dopocena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte.

Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!”. Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparlettera a pier paolo 32 teneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: “Che uomo coraggioso!”. Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni. Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò a casa ma, alla terza cifra, si inseriva una voce che scandiva: “Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur, il servizio dei numeri che incominciano con il 59 è temporaneamente sospeso”. L’indomani accadde lo stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina. Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona. E a piazza Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “Hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: “Chi? Hanno ammazzato chi?”. E il ragazzo: “Pasolini”. E io, assurdamente: “Pasolini chi?”. E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo”. E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “È uno scherzo”. Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”, aggiunse Miriam. Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: “L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!”. Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove.

In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: “Ma è vero? È vero?”. E la padrona del bar chiese: “Vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “Di Pasolini. Pasolini ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”. Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ndr) e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?”

Oriana Fallaci 

Roma, 16 novembre 1975

(Fonti reperite presso il sito Libreriamo)

pasolini oriana_fallaci

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