In un mondo bulimico…un manifesto socio culturale: Sense8!

“Otto sconosciuti da diverse parti del mondo sviluppano improvvisamente una reciproca connessione telepatica. Appartenenti a diverse culture, religioni e orientamenti sessuali, scoprono quindi di essere dei sensate, persone con un avanzato livello di empatia che hanno sviluppato una profonda connessione psichica con un ristretto gruppo di loro simili. Mentre cercano di scoprire, disorientati, il significato delle loro percezioni extrasensoriali, iniziano a interagire a distanza tra di loro ed un uomo di nome Jonas si offre di aiutarli. Allo stesso tempo un’altra enigmatica figura, Whispers, sfrutta la loro stessa abilità per dar loro la caccia.”

Trailer

Questa la trama a grandi linee di quello che per quanto mi riguarda è il più alto prodotto offerto dalla piattaforma Netflix. Piattaforma streaming che sta sbaragliando la concorrenza, che si accinge a detenere il monopolio di serie tv e che da poco si inserisce nella produzione di film. Ma dei rischi di questa operazione, dei benefici e del discorso che ne gravita attorno è questione a parte che meriterebbe un’articolo più approfondito, di cui non ne escludo l’uscita sul mio piccolo spazio online.

Tornando però al nocciolo, in un mondo bulimico ghiotto di “successo”, affermazione personale, che vomita di rimando veleno quanto invidia ed intolleranza, nel magico mondo di internet, cerchiamo invece di condividere passione e l’ amore per l’arte in tutte le sue forme.

Sono ormai trascorsi un paio di mesi dall’episodio finale di quello che a tutti gli effetti può considerarsi un vero e proprio manifesto socio-culturale che dovrebbe essere più conosciuto, condiviso e divulgato di quanto non sia stato in realtà, Sense8. Essa infatti, non è una mera serie TV d’intrattenimento ma un prodotto qualitativamente altissimo che, attraverso scene dal forte impatto visivo e dialoghi magistrali, vuole spingere lo spettatore alla riflessione su temi “scottanti” dell’attualità che troppo spesso provocano scontri verbali anche violenti tra i “padroni” del mondo e di conseguenza tra i cittadini che lo popolano.

Ma come nasce Sense8?…

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Traendo spunto dall’impatto che la tecnologia ha sulla società moderna e di come questa sia in grado di unire e dividere allo stesso tempo, le sorelle Wachowski  cominciarono a valutare l’idea di creare una loro serie televisiva già molti anni prima dell’inizio della produzione di Sense8 per Netflix ma, non avendo una diretta esperienza con “la scatola nera”, ben presto, capirono di aver bisogno di un professionista del settore che le guidasse nell’impresa. Decisero per ciò, di “affidarsi” a J.Micheal Straczynski per ideare una serie innovativa, con il dichiarato obiettivo di ripetere nel mondo della fiction televisiva quello che fu l’enorme impatto culturale conseguito con Matrix (gioiello della coppia) in campo cinematografico.

Ci sono riusciti?.Decisamente si!ed anzi, hanno fatto molto di più, ma come?…

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Per fare tutto ciò, i tre, dopo una discussione proficua, decisero di discostarsi dall’idea iniziale avuta dalle due sorelle anni prima a favore invece di una tematica molto più accattivante ed attuale e cioè l’evoluzione umana ed in particolare, sul discorso di come l’uomo sviluppi livelli di empatia sempre più ampi. Partendo da questo nuovo spunto creativo, “buttarono giù” una prima sceneggiatura su un gruppo di “individui” tutti diversi per origine, cultura, lingua ed interessi, uniti tra loro però, da un collegamento speciale.

Quello che nel 2013 i dirigenti Netflix si trovarono sul “tavolo” fu un plico di fogli contenenti i primi tre episodi il cui titolo, Sense8 (unione della parola sensate con il numero dei protagonisti della serie), richiama la speciale “caratteristica evolutiva” dei protagonisti. Inutile dire che i tre ottennero i finanziamenti necessari per poterla proporre al pubblico come serie originale della piattaforma streaming.

Il progetto inizialmente prevedeva cinque stagioni, ognuna formata da dieci/dodici puntate in cui si sarebbero dovute affrontare l’effetto della connessione sulla vita dei protagonisti, problemi di carattere politico, temi quali l’identità sessuale (caro a Lana Wachowski, transessuale che concepisce il personaggio trasgender di Nomi Marks ispirandosi alla propria esperienza e definendo alcune scene autobiografiche), la sessualità e la religione, cosa che non andrà come progettato però dagli ideatori della serie.

La storia di questa serie TV infatti, è affascinante quanto travagliata. Le problematiche sopra elencate vengono comunque affrontate durante il corso delle puntate ma le previste cinque stagioni vengono drasticamente ridotte a due. La piattaforma Netflix per un discorso relativo al riscontro da parte degli spettatori che non superava i problemi di costi e di logistica che il progetto richiedeva, è costretta a rivedere tutto, anzi, per essere precisi, nel 2016 ne annuncia la cancellazione, lasciando di fatto la serie senza un finale degno di nota.

Dunque finisce tutto così?…direi proprio di no.

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La decisione presa dalla piattaforma streaming, provoca una vera e propria “rivolta” da parte dei fan di tutto il mondo. Una petizione fatta girare sul web e controfirmata da chi voleva fortemente che questo progetto andasse avanti porta infatti, gli stessi dirigenti della piattaforma a riconsiderare la decisione ed infine ad  annunciare che ci sarebbe stato un’episodio “speciale” della durata di due ore ( più o meno la durata di un film) che ne decretasse il finale. Dunque cast, registi, sceneggiatori, troupe e chi ne ha più ne metta, valigie alla mano, parte alla volta di questa grande ed ultima avventura insieme(lo speciale che include interviste e dietro le quinte, che vi consiglio di vedere solo quando finirete l’intera serie, dimostra tutte le difficoltà di carattere pratico,artistico ma anche fisico che si sono trovati a gestire attori e tecnici del settore). Il prodotto di tutto ciò è appunto il finale della serie che Netflix ha rilasciato a Giugno 2018: Amor vincit ominia.

La creazione di un Mondo- dietro le quinte

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“Questa è la vita: paura, rabbia, desiderio, amore. Non provare più emozioni, non volerle più provare, è provare… la morte. […] Io prendo tutto ciò che provo, tutto ciò che è importante per me e metto tutto questo nel mio pugno. E per questo combatto.” Sun

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Il personaggio che mi è entrato nel cuore per motivi personali è Sun. Una donna Sud Coreana alle prese con un padre menefreghista, un fratello dalla personalità disgustosa e che sarà motivo per cui si troverà a dover affrontare situazioni dolorose e pericolose. Una donna fiera, in carriera, intelligente e sopratutto indipendente. Non ha paura delle difficoltà ed è, a discapito del paese in cui si trova a vivere, emancipata sessualmente. Più di qualsiasi altra caratteristica però quella che salta subito all’occhio è senz’altro il suo talento nella pratica delle arti marziali . Le scene più belle che riguardano questo personaggio sono proprio i duelli corpo a corpo.

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Oltre a Sun, tutti i personaggi presenti nella serie sono caratterizzati alla perfezione, anche quelli “secondari”. A testimonianza di quanto detto, come non amare per esempio il personaggio di Amanita compagna di Nomi, oppure i personaggi Daniela Velasquez e Hernando, compagni di Lito (che rappresenta la Spagna nella comitiva dei sensate) o ancora, il personaggio che spunta a salvare il fondo schiena a tutti nei momenti di pericolo, interpretato da Michael Sommers. Insomma tutto è curato nei minimi dettagli.

Molte sono state le critiche mosse alla serie con argomentazioni, sempre a mio parere, sterili tra cui la lentezza ed il ritmo narrativo degli episodi. Sense8 è un prodotto “televisivo” che per toni, temi, tecniche narrative e personaggi può non piacere, sopratutto a chi è abituato alle “classiche serie tv”. Può non piacere a chi non vuole saltare indietro ed avanti nel tempo, nei luoghi e da un personaggio ad un altro. Può non piacere per chi ha difficoltà ad “empatizzare” con personaggi così particolari e forti. Ed ancora potrebbe non piacere a chi non digerisce un certo tipo di tono della sceneggiatura, che “sfida” il telespettatore alla riflessione su quel tema piuttosto che su quel tipo di vita e così via. Altra cosa che tengo a ribadire ogni volta che mi trovo a consigliare questa serie tv è: se non siete interessati alla tematica centrale “una nuova visione dell’uomo” allora non guardatela perchè vi annoierebbe e risparmierebbe alla restante popolazione mondiale, recensioni negative inutili. Se è vero che per ogni lettore c’è il giusto libro, per ogni telespettatore c’è la giusta serie tv da vedere.

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Analizzando infine la caratterizzazione di ogni singolo continente e personaggio in cui ci troviamo e seguiamo in quanto spettatori, posso affermare con certezza che Sense8 è un lascito per le generazioni future di tutto il mondo. I ragazzi del futuro potranno recuperare questa serie e si spera, identificarsi in una coppia omosessuale che adotta/può aver figli in piena libertà tanto quanto un eterosessuale, in un uomo che decide di cambiare genere diventando una donna senza rinunciare alla possibilità d’amare e viceversa; in un mondo dove un’individuo con una diversa cultura,tradizione,modi di fare, di pensare, di agire abbia la possibilità di “sentire” l’altro “diverso” come un completamento di un’unico grande genere e non razza, l’uomo.

Come spero che sia l’amore, il mondo in un prossimo futuro? beh, sicuramente Sense8, per cui fate un favore a voi stessi e recuperate questa magnifica opera d’arte. Non ve ne pentirete.

Baci da una “diversa”.

 

 

 

 

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In un mare d’inchiostro… nella Bookvaligia di Zia Fenice!

Le vacanze estive per i lettori di tutto il mondo è di norma il tempo in cui si decide di portare in valigia il famoso libro che non si ha mai il tempo di leggere oppure ci si porta dietro qualche volume di puro intrattenimento. Altri lettori preferiscono alleggerire la valigia ed affidarsi al “buon vecchio” e-reader al cui interno giacciono titoli che dall’horror al crime, dal romance allo storico, dal fantasy allo young-adult, tengono incollati i lettori di tutte le età alle pagine digitali.

Nel mondo poi, c’è quella cerchia ristretta di lettori che  in estate preferisce recuperare  un classico particolarmente lungo oppure un romanzo familiare perchè si sa che questa tipologia di libri con le loro mille pagine, personaggi, eventi e range linguistico, molto spesso richiedono attenzione e tempo che è difficile trovare se si ha la testa intricata in altri affari di vita quotidiana. In ogni caso, che voi facciate parte di questa piuttosto che di un’altra categoria di lettori sopraelencata, che sia su una baita in montagna in mezzo a frescura, persi nella contemplazione dei verdi scintillanti degli alberi o su una sdraio su una spiaggia bianchissima a godervi i blu che confondono la linea netta dell’orizzonte tra acqua e cielo, siamo tutti accomunati dalla smania di leggere e rilassarci “cambiando aria”.

Le mie letture ad esempio, sono state assai impegnate sia per “tono” che per i temi trattati nei romanzi letti quest’estate, primo tra tutti Figlie del Mare di Mary Lynn Bracht (sito della scrittrice: https://marybracht.com/),letto in condivisione con il gruppo di lettura del blog: I Bookstoppisti di Zia Fenice.

Esordio letterario che arriva come un fulmine a ciel sereno nella narrativa contemporanea e che promette (e mantiene la promessa) di far luce sulla vicenda delle Confort-woman durante la Seconda Guerra Mondiale da parte dei giapponesi (per saperne di più: Le schiave sessuali dell’esercito. Il Giappone chiede scusa 70 anni dopo).

Nel 1991 (anno in cui aprivo per la prima volta gli occhi sul vasto mondo), Kim Hak-sun decise di uscire allo scoperto e dare alla stampa il resoconto della sua storia circa la vicenda delle “donne di conforto”; dopo la sua prova di coraggio, molte altre- più di duecento-seguirono il suo esempio.

“È nostro dovere informare le generazioni future sugli orribili crimini che si commettono in guerra. Non dobbiamo nasconderli o fingere che non siano mai accaduti. Per non ripetere gli errori del passato, dobbiamo ricordarli. Libri di storia, canzoni,romanzi, film e memoriali sono importantissimi per aiutarci a non dimenticare mai e allo stesso tempo per procedere lungo la strada della pace.” Mary Lynn Bracht

Nel romanzo della Bracht in particolare seguiamo le vicende, attraverso due archi temporali diversi, dalle sorelle Hana ed Emi. La loro storia familiare, caratterizzata dalla tradizione delle “donne del mare”, le haenyeo dell’isola di Jeju in Corea del Sud è un’altro elemento affascinante del romanzo che molto fa conoscere a chi non sapeva nulla di cultura, storia e luoghi dell’Asia ed in particolare delle Coree.

Un romanzo crudo, violento tanto che molto spesso si sente il bisogno di interrompere la lettura ed allontanarsi fisicamente dal libro. Può dunque non essere per tutti ma questo non fa che rafforzare la preziosità di questo volume nonché la passione e la bravura con la quale la Bracht affronta le sue radici portando a galla un dolore di donne dimenticate che è anche il suo dolore, il nostro dolore, che diventa parte del lettore/lettrice e dal quale sarà impossibile allontanarsi ( in foto il monumento a testimonianza del genocidio delle donne di conforto).

Monumentos a las mujeres de la guerra | Destino Infinito

Altra lettura estiva è stata poi il volume fin troppo poco conosciuto, Onnazaka di  Fumiko Enchi edito da Safarà editore che ha curato l’edizione in maniera impeccabile con un saggio a fine lettura che vale parte del prezzo del volume.

Anche in questo caso questa è una storia di donne e per essere ancor più incisiva, questa è la storia della difficoltà dell’essere donne in un paese, il Giappone in cui vi era un sentiero ed uno solo da percorrere per il genere femminile, il sentiero dell’ombra. Seguiamo la storia di Tomo e della sua famiglia. La narrazione è divisa in tre parti scandita da un’arco temporale che dal primo periodo Meiji si espande all’apertura del Giappone nei confronti dell’Europa e dell’America e che vede dunque la “modernizzazione” dei costumi e del sistema governativo del paese. A farne le spese sono le donne che compongono la famiglia Shirakawa, una famiglia ricca, aristocratica e sopratutto una famiglia patrilineare dove il capofamiglia, il funzionario governativo Yukitomo detiene il potere decisionale sulla vita di ognuno dei membri. Il romanzo segue poi le vicende di  Suga personaggio femminile che incarna tutto il dolore e la rabbia del romanzo nonché le conseguenze dell’essere obbligate ad un certo tipo di vita. Altri personaggi più o meno importati si affacciano alla storia ma il terzo personaggio femminile è senz’altro Miya moglie del figlio di Tomo e Yukitomo, Michimasa, terza protagonista del romanzo. Tre donne dunque, diverse per temperamento, carattere e scelte, accomunate però da un’unico ed imprescindibile destino.

Una delle curiosità che mi ha spinto a leggerlo è stato sapere che l’autrice con estremo coraggio ha dichiarato di essersi ispirata a fatti ed eventi della sua famiglia e dunque autobiografici. Come per la Bracht noi lettori non possiamo non sostenerle nella loro impresa di essere donne in un mondo letterario ancora fortemente maschile che con le loro storie che parlano di donne, danno voce alle milioni di voci “mute” che popolano la storia dell’umanità.

“Onnazaka è stato scritto per tutte le donne del passato, i cui rancori accumulati negli anni hanno “posseduto” il testo…rendendo I racconti sussurrati delle donne un’unica grande voce che urla la crudele condizione femminile nel Giappone di fine Ottocento.” Fumiko Enchi

Grazie ad una sfida letteraria molto carina, la #booktubathon, promossa da una booktuber inglese ho recuperato poi, un paio di romanzi che da tempo mi ripromettevo di leggere tra cui il primo volume della saga dell’Amica geniale della Ferrante.

Con un po di timore ed altissime aspettative mi sono decisa a prendere questo romanzo dalla libreria. Ho iniziato a leggere le prime pagine e non me ne sono più liberata fin quando a notte inoltrata non l’ho portato a termine. Ho amato tutto, la storia, i personaggi e sopratutto la mia città, Napoli. La Ferrante è magistrale nel saper trasportare su carta tutto il fascino, le contraddizioni, gli odori e l’anima che caratterizza i “vichariell” ed in particolare i “rioni”. Ho poi trovato affascinante l’introspezione dei personaggi in particolare l’andare a raccontare il difficile rapporto d’amore/odio tra le due protagoniste Lenù (Elena) e Lila. Io come al solito vado controcorrente, molti hanno ammirato ed amato il personaggio di Elena (tra l’altro voce narrante della storia) io invece ha tratti l’ho detestata, preferendo a quest’ultima Lila che conosciamo paradossalmente solo tramite gli occhi di Elena. Spero che nel secondo romanzo della saga ci sia un punto di vista che faccia entrare a pieno il lettore in Lila. Non si può che essere d’accordo comunque, nel concordare che questa è una storia universale nel quale tutti in qualsiasi parte del mondo possono ritrovarsi. Non nego che io in primis leggendo ho trovato più passaggi in cui mi fermavo e pensavo “stà descrivendo esattamente come mi sono sentita quando…”. Davvero non abbiate timore di addentrarvi in questa penna vera, fiera e genuina. Uno sprono alla lettura potrebbe senz’altro nascere dall’imminente serie tv che andrà in onda nel periodo autunnale su Rai Uno.

 

Insomma un mesetto di letture niente male che come sempre vi consiglio di recuperare, amare e condividere tra parenti amici ed amanti della letteratura.

Buon Settembre, preparate l’occorrente per i Popcorn e come sempre buona vita, Zia Fenice.

 

From Canada with Love… da vedere con la Nonna!

Consigliare serie TV è relativamente semplice quello invece che risulta ostico è consigliarne una o più d’una che valgono per tutte le età.

Ad esempio se avete una nonna patita per le “soop” e volete consigliarle di vedere qualcosa di diverso allora cosa fate?. Ed ancora, se avete cugine o sorelle/fratelli più piccoli e volete condividere con loro la passione per le serie cosa scegliereste di vedere?. Se non avete trovato le risposte a queste domande ci pensa Zia Fenice.

Sulla piattaforma Netflix c’è una vasta scelta che soddisfa i gusti di più o meno tutti ma per coloro che non hanno accesso alla piattaforma online niente paura, queste serie TV che vi propongo sono facili da recuperare anche su altri siti di streaming.

Adatta a tutta la famiglia è sicuramente la serie tv originale Netflix Chiamatemi Anna. La storia della famosa orfanella della letteratura che per un disguido viene adottata da una coppia di fratelli in una fattoria Canadese i quali avendo bisogno di un ragazzo che aiuti con i lavori pesanti  si trovano invece sgomenti e frastornati nel vedersi letteralmente “recapitata” una ragazzina vivace, chiacchierona con una fervida immaginazione.

In un primo momento ho storto il naso avendo non pochi dubbi in merito. Mi chiedevo sopratutto: Avevamo davvero bisogno di una serie tv su Anne of Green Gables?.

Sotto l’aspetto qualitativo questo è un progetto molto valido, curatissimo sia sotto un punto di vista artistico ossia sceneggiatura e grafica (la prima volta in cui non salto mai la sigla) sia per quanto riguarda la scelta del cast ed in particolare il livello contenutistico che puntata dopo puntata raggiunge picchi molto alti. Questa serie tv infatti è un’inno all’immaginazione e all’importanza di coltivare la fantasia che se è sopita negli adulti nei bambini deve essere incoraggiata e salvaguardata. Quindi la mia risposta alla domanda è sì, ne avevamo bisogno e avremmo bisogno di più serie tv per ragazzi che si concentrino sulla “formazione” e la “crescita personale”.

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In realtà per chi ha visto il cartone (generazione ’90 sicuramente)  si renderà conto, guardando la serie, che molte cose sono diverse con licenze anche nei confronti della serie di romanzi scritti dalla canadese Lucy Maud Montgomery, pubblicato per la prima volta nel 1908 è destinato a tutte le età. In Italia alcuni romanzi della serie furono editi solo dopo l’anime che andò in onda per la prima volta nel  1980 su RAI 1 e che faceva capo all’originale giapponese. Molti saranno inoltre felicissimi di sapere che il grande successo tra i giovani ha portato una casa editrice indipendente italiana a considerare la possibilità di tradurre in maniera fedele tutti i romanzi della serie (alcuni volumi non sono mai stati pubblicati in  Italia), possibilità che pare essere diventata concreta vista la recente uscita del primo volume a cura di Enrico De Luca da parte di Lettere Animate che consiglio caldamente di recuperare.Dunque Stay Tuned gente!

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Tornando a parlare strettamente della serie tv, troverete milioni di recensioni di booktuber, youtuber e bookblogger che ne decantano i pregi  favorendo il nuovo trend tra i giovani e dunque il rifiorito amore verso questo pimpante personaggio femminile a tratti fin troppo logorroico. Per cui non mi dilungherò a dire cose che già altri hanno ribadito più e più volte, mi soffermerò invece su elementi che per chi è un’osservatore attento salteranno subito all’occhio. Ad esempio, la troppa “modernità” di alcuni pensieri di questa ragazzina che fa comprendere come gli sceneggiatori volessero, da un lato calcare la mano sull’elemento della emancipazione della donna (rafforzato ancor di più nella seconda stagione della serie con l’inserimento di un personaggio femminile che diventerà un punto di riferimento per Anna e la sua cerchia ristretta di amici), dall’altro rendere in chiave odierna alcune tematiche affrontate nei romanzi, “svecchiando” la serie e rendendola “accattivante” proprio per un pubblico difficile: gli adolescenti. In tal proposito è lampante questo tipo di operazione se consideriamo il personaggio del miglior amico di Anna, tra l’altro il mio personaggio preferito della serie, (Sì mi dispiace deludervi Gilbert per quanto sia ben caratterizzato e fin troppo perfetto per essere vero) che oltre a subire una crescita impressionante è uno dei punti cardini per quanto riguarda la tematica Lgbt ancora attuale è scottante tanto quanto l’emancipazione femminile. Altro importante cardine della serie è senz’altro l’amore che Anna ha per i libri che gli hanno permesso fin da subito di evadere da una realtà grigia ed insapore. Questa sua passione per la letteratura la rende un personaggio accattivante anche per tutti quei ragazzi che magari nella realtà vengono sbeffeggiati perchè leggono e che invece trovano in questo personaggio un modello, un’eroina con la quale empatizzare. Ultimo, ma non per importanza, è poi il ruolo che ricopre nella serie l’insegnamento ed in particolare l’importanza della scuola come terreno di formazione piuttosto che mero edificio istituzionale, un elemento che ho davvero apprezzato che crea un ponte nel difficile rapporto tra studente ed insegnante. Dunque tanto di cappello per questo valido prodotto televisivo.

Dimmelo e lo dimenticherò.Insegnamelo e lo ricorderò.Coinvolgimi e lo imparerò. 

Altra serie tv ricoperta di zucchero e melassa che sul tema dell’insegnamento va a braccetto con Chiamatemi Anna è When Calls The Heart (quando chiama il cuore). Questa serie anch’essa canadese, racconta le difficoltà ed i “problemi di cuore” che si troverà ad affrontare una ragazza di ricca famiglia che si trasferisce dalla città ad un piccolo paesino dell’Est, Coal Valley, per inseguire il suo sogno che è quello di Insegnare. Lei infatti è una maestra determinata, che dovrà affrontare l’ostilità dei paesani, che cosa vuol dire essere una donna in un mondo accademico ancora fatto da uomini e tanto altro ancora. Non mancheranno alcuni personaggi secondari che aiuteranno la ragazza ad ambientarsi e problemi di carattere più o meno serio da gestire. A tratti mi ha riportato a quando da piccola con mia madre seguivamo le vicende di Michaela una donna dottore che sfida le convenzioni sociali e che, da aristocratica si trasferisce nel West per seguire il suo sogno di fare il medico. Esatto, sto parlando de La Signora del West dove uno dei temi principali è il difficile rapporto con le riserve dei nativi americani ed i “colonizzatori inglesi”. Per questo mi ha fatto ribattezzare Quando chiama il cuore in La signora del West 2.0.

Questa serie, perfetta da vedere con la nonna, può apparire fin troppo buonista ma se ci si cala nell’arco temporale in cui sono narrate le vicende e sapendo sopratutto che questa serie è tratta dai romanzi con l’omonimo titolo, della scrittrice Janette Oke pubblicati nel 1983 (inediti in Italia), si supera e gli si perdona con facilità la patina “moralistica” con la quale è “impacchettata”. Questa è una serie ancora in corso composta per il momento da cinque stagioni, che tra l’altro è andata in onda sulla RAI e che è possibile recuperare sulla piattaforma Netflix ma anche su altri siti di streaming.

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Ora non vi resta che recuperare queste Serie TV con la Nonna ma più in generale con la famiglia, consigliarle a parenti ed amici e coltivare la vostra fervida immaginazione. Del resto, vagabondare per il Canada non è mai stato così semplice.

Buona vita e buona visione!

 

 

 

 

 

 

1930…in un cassetto di cuore!

I’m walking all night long 
in mysteries
You’re singing all day long in maze
Without song in my heart
it is a lie  (Ost Satellite)

Un kdrama che avrebbe dovuto avere in patria risonanza e successo tanto quanto Discendent of the Sun è Chicago Typwriter.

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2017, Seul. Uno scrittore famosissimo, solitario ed impertinente in crisi creativa cerca di superare “il blocco da foglio bianco” mentre, a pochi chilometri di distanza una “futura” veterinaria con la passione per la lettura e grande fan degli scritti del romanziere tenta di mettere fine agli strani “sogni” che fin da piccola angosciano le sue notti. Dopo una serie di situazioni rocambolesche create da un fantastico cagnolone, la veterinaria si troverà a consegnare presso la villa dello scrittore un pacco contenente una typewriter (macchina da scrivere chiamata così per il rumore dei tasti che ricorda il rimbombo sordo di spari di un particolare fucile) avendo così la possibilità di incontrarlo. Da questo momento in poi per uno strano scherzo del destino, le loro vite verranno unite proprio grazie alla macchina da scrivere la cui anima ha una “voce propria” con una storia tutta da raccontare cioè quella di tre ragazzi in una Corea del 1930 occupata dai giapponesi e della loro resistenza eroica al regime. Lo scrittore coglierà al volo l’opportunità di “impossessarsi” di questa storia? Qual’è il mistero che si cela dietro questa macchina da scrivere “posseduta”? e soprattutto, quali conseguenze porterà alla vita dei due protagonisti questa vicenda?.

Queste le premesse che daranno avvio ad una narrazione piena di colpi di scena, di storia e di letteratura. Non mancheranno l’amore, le citazioni di scrittori famosissimi (Stephen King per citarne uno), l’ amicizia ed il coraggio. Ma questa è una serie che è soprattutto un’omaggio alla generazione di quegli anni che con tanto vigore combatté un regime spietato.

Sono inciampata in questo drama per puro caso proprio nel 2017. Cercavo qualcosa che mi ispirasse e mi aiutasse ad uscire dall’enorme vuoto che aveva provocato in me l’aver finito l’ultimo romanzo che possedevo in libreria di Murakami (ogni sua parola mi incide carne ed ossa). Ed ecco che se nella mia vita posso affermare con sicurezza di non aver mai avuto il “colpo di fulmine” con le persone, questa storia è stata il mio: “amore a prima vista”.
Una penna è più forte di un coltello. Una macchina da scrivere è più forte di una pistola. […] Dovresti scrivere qualcosa di buono. Non scrivere per guadagnare fama e donne. Scrivi qualcosa di magnifico.”

Tutto, dalle premesse alla caratterizzazione dei personaggi, dalla forza della trama  alla scelta da parte dello sceneggiatore di raccontare un dato periodo storico della Corea. Tutto, ha fatto echeggiare nella mia testa un’unica frase:

Avrei voluto scriverla io questa storia!.

Come tutto ciò che diventa parte del mio bagaglio culturale, ho chiuso questa preziosa serie in un cassetto di cuore. Nonostante il mio forte amore nei confronti di questo kdrama sia dovuto infatti alla sceneggiatura (un’ambito che mi affascina non poco), non posso però non spendere due parole per l’accurata ricostruzione storica dei luoghi(stradine ed il bar in primis), dei costumi(abiti bellissimi, acconciature e trucco impeccabili) e della musica (le OST sono bellissime e vi invito a recuperare l’album che le contiene tutte).

Un plauso va poi fatto senza ombra di dubbio al cast che ha reso viva la storia è credibilissimi i personaggi. In particolare la bravura degli attori che hanno dato vita agli antagonisti (per non parlare della godibilità della visione degli episodi dovuta alla bellezza oggettiva di Yoo Ah-In e Ko Gyung-Pyo, rispettivamente protagonista e coprotagonista maschili del cast principale). Si, perchè se non ci fossero stati questi attori a rendere così complessi ed intriganti le relazioni e pericolose le dinamiche storiche, il kdrama avrebbe perso moltissimo dello smalto presente sulla carta.

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L’amicizia a mio parere è preponderante rispetto alla situazione amorosa che, se viene resa impossibile dalle circostanze nell’arco temporale del 1930 (non c’era il tempo per pensare all’amore) è di forte impatto emotivo nell’arco temporale del 2017. Se “anche l’orologio (altro oggettino da tenere sott’occhio durante la visione) segna due volte al giorno la stessa ora “, gli eventi che ci vengono narrati si intersecano come pezzi perfetti di un unico puzzle agli accadimenti del passato, minacciando una storia che torna a ripetersi.

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Il pericolo palpabile delle azioni che riguardano la parte del drama che si concentra sul passato, viene equilibrato dal senso di ansia che lo spettatore proverà nei confronti di vicende che riguardano il presente narrato. Subdolamente create dallo sceneggiatore Jin Soo-Wan (scoperto per la prima volta con la visione di quello che ritengo essere il suo capolavoro Kill me hill me), queste situazioni porteranno a quello che sarà la conoscenza dell’antagonista dell’arco narrativo 2017 e le conseguenze dello scegliere determinate strade che minerà concretamente la vita dei protagonisti (qualcuno ci lascerà le penne!? cit. Mulan).

Insomma per tutti coloro che sono ormai sintonizzati sulle reti televisive coreane, questo sarà un drama da recuperare perché originale e fresco rispetto a quello a cui ci hanno abituato. Per chi invece si approccia per la prima volta ai kdrama, sarà un’esperienza visiva appassionante ed arricchente (preparate i fazzoletti, verserete lacrime!). Ma in particolare, consiglio la visione di questa serie agli amanti dei libri, a coloro che aspirano a diventare scrittori o a chi semplicemente scrive per passione (ogni riferimento alla mia persona è puramente casuale).

Upcoming Drama 'Chicago Typewriter' Releases Teaser + To ...

Con questo zia Fenice vi augura una sonora sbronza di musica e parole al “Carpe Diem” è un “buon viaggio a vedersi” nel 1930. Filate sulla piattaforma Viki adesso!

Aspettando Mr. Sanshine!

Nel 1871, durante una spedizione militare degli Stati Uniti a Joseon (Corea del Sud), un ragazzo originario della regione si imbarca su una nave da guerra stelle e strisce diretta in America sfuggendo così all’incidente Shinmiyangyo (tragico episodio che costò la morte di moltissimi coreani per mano statunitense). Nel 1905, ormai adulto, torna nel suo paese di origine come soldato del reggimento americano posto proprio a Joseon e si innamora di una donna aristocratica della famiglia leader spirituale del luogo. Altri personaggi intrecceranno la propria vita a quella dei protagonisti tra cui Goo Dong-Mae, figlio di un macellaio che fugge dalla sua patria rifugiandosi in Giappone in cerca di una nuova vita e che, descritto come un personaggio tragico, si innamorerà della giovane aristocratica Kim Tae-ri ( altro personaggio femminile della serie ) rischiando tutto pur di amarla; ed un certo Byun Yo-Han, presentato come un’infantile playboy dal cuore caldo che creerà non poco caos all’interno delle vicende e forse un triangolo amoroso tutt’altro che scontato.

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Questa la trama dell’ultima fatica di Kim Eun-Sook sceneggiatrice (che io seguo alla follia) già “colpevole” di aver dato vita, attraverso la sua penna, a storie quali Discendent of the Sun e Goblin. Nel 2018 promette ancora di regalare meraviglie, completando un ciclo narrativo iniziato nel non troppo lontano 2016 e trovandone l’apice proprio quest’anno con il suo Mr. Sanshine.

In programmazione a luglio per il canale Tvn (in italia sarà trasmesso sulla piattaforma Netflix), la serie sembra essere la giusta miscela di tutti quegli elementi narrativi che hanno fatto dei suoi precedenti lavori, drama acclamati anche fuori i confini asiatici. Senza contare poi il cast a cinque stelle ingaggiato per il progetto che sancisce il ritorno al piccolo schermo di un’attore amatissimo anche in campo internazionale, tale Lee Byung-Hun affiancato rispettivamente da: Kim Tae-Ri,Yoo Yeon-Seok, Kim Min- Jung e Byun Yo-Han.

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Aspettando in febbricitante trepidazione la storia che promette di saziare il digiuno d’amore contrastato a sfondo storico-patriottico di noi dramagirls, torniamo indietro di tre anni quando, una visibilmente emozionata Kim Eun- Sook, affiancata dal co-sceneggiatore Kim Won-Suk ( già conosciuto per drama altrettanto famosi quali Lovers, Secret garden, A gentleman’s dignity, The heirs), da un cast stellare ed una troupe tecnica da far invidia ad una produzione cinematografica, presenta il suo Discendent of the Sun.

E’ molto difficile descrivere questo drama nella sua interezza in quanto oltre alla trama principale vi sono molte sotto trame, date dai problemi e dalle situazioni che si trovano a vivere i personaggi “secondari” (tutti caratterizzati alla perfezione) che come fili, si intersecano tra loro danno vita ad una dinamica adrenalinica che terrà incollati allo schermo con “il cuore in gola”.

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Ci troviamo al confine tra le due Coree, Yoo Shi Jin è il capitano delle Forze Speciali sudcoreane alle prese con una missione delicata in campo neutrale, intanto a Seul, Kang Mo-Yeon, una dottoressa del pronto soccorso dell’ospedale di Haesung combatte insieme ai suoi colleghi per salvare vite. Altri personaggi vitali per la narrazione sono il collega/amico di Shi Jin, Dae Yeong che ha una relazione con la soldato/dottoressa Yoon Myeong-Joo (secondo personaggio femminile del cast principale) figlia dal generale dell’esercito, quest’ultimo tra l’altro contrasterà la loro storia d’amore (potete ben capire le implicazioni e preparare dunque i fazzoletti). I due soldati, in licenza dopo l’ultima missione al confine con la Corea del Nord, sventano una rapina ferendo e prestando al tempo stesso soccorso al ladro (personaggio che nel corso della serie riserverà non poche sorprese). In questa occasione Shi Jin conoscerà la dottoressa Kang Mo-Yeon e fra i due si svilupperà un’intesa speciale. Cominciano a frequentarsi, ma a causa delle rispettive professioni sono costretti a separarsi. Si incontrano otto mesi dopo in circostanze che non stò qui a svelare dando avvio ad una delle più belle storie mai concepite da mente umana.

“Io sono un dottore. La vita ha una dignità e penso che niente valga più di quella dignità ma la tua battaglia consiste nel salvare vite attraverso la morte di altri!”

” Sono un soldato. Il motivo per cui faccio questo lavoro è che è qualcosa che qualcuno deve fare, e io e la mia famiglia, la dottoressa Kang e la sua famiglia e tutte le persone importanti per quei parenti… è perchè credo che il mio lavoro proteggerà la libertà e la pace di questa Nazione dove vivono queste persone!”

Ci si trova di fronte una serie tv che unisce due mondi all’apparenza antipodi l’uno dell’altro, quello militare ( rappresentato dal nostro capitano nome in codice: “big boss” ) e quello medico (rappresentato dalla nostra dottoressa nome in codice: “beautiful”). Ci si trova al cospetto di due degli attori più acclamati in patria Song Hye Kyo e Song Joong Ki (dopo il drama hanno cominciato a frequentarsi per poi convolare a nozze ad un anno esatto dalla fine delle riprese ), che hanno saputo rendere vive le difficoltà e le implicazioni psicologiche della relazione tra due personaggi caratterialmente complessi. Una delle forze del drama infatti, è sicuramente rintracciabile nel fatto che narrativamente i due personaggi sono indipendenti l’uno dall’altra.

In generale nei kdrama c’è la “pessima” abitudine a rendere il personaggio femminile “dipendente” dalle azioni del personaggio maschile che per la maggior parte del tempo prende decisioni, si muove, sbaglia ecc ecc. Ebbene tutto ciò non avviene in questa serie anzi!

Entrambi sono personaggi forti individualmente, con le spalle larghe, con il peso delle responsabilità, di relazioni fallimentari (per la prima volta non troviamo un passato in comune, dove i due conoscendosi fin da piccoli sono “predestinati” a stare insieme) e con ambizioni lavorative (sopratutto per il personaggio di Kang Mo-Yeon). Altra forza della sceneggiatura sta sicuramente nel saper rendere molto bene la delicata situazione diplomatica tra le due Coree e tutto ciò che implica militarmente la questione dell’essere un soldato di una nazione ancora divisa. Seppur una serie TV essa può essere un’incentivo ad informarsi (in altre sedi è chiaro) sulla “faccenda Coreana”che tanto sta facendo discutere il mondo in questo periodo.

Altro punto di forza sono proprio le storie che fanno da cornice alla principale. Come non citare ad esempio i due coprotagonisti che struggendosi l’uno per l’altro combattono per stare insieme, dando vita ad alcune scene memorabili del drama. Come poi, non spendere due parole per il collega “sensibile” della dottoressa, rappresentato dal leader degli Shinee (gruppo musicale del kpop) Onew, alle prese con la moglie incinta ed in procinto di partorire proprio quando lui dovrà affrontare, lontano da casa, la realtà cruda dell’essere un medico. Oppure, ancora, accennarvi la storia tra l’infermiera dello staff (Seo Jung Yeon ) ed un medico, anch’esso collega della protagonista, (Yi Seung Jun) che con la loro lucidità mentale (più lei che lui ) saranno di enorme supporto agli eventi e al mantenere la calma in situazioni sul filo del rasoio. Ed ancora, il personaggio del medico senza frontiere Daniel che con la moglie russo-coreana ( se conoscete un po di storia questo particolare farà suonare qualche campanello d’allarme) salverà più volte i protagonisti da situazioni pericolosissime.

Screenshot_2018-06-15-01-25-10Un plauso va fatto, infine, all’attore David Mcinnis che con il suo personaggio ha arricchito la serie di un’altro tema delicato come quello del traffico di esseri umani (sopratutto ragazzine), armi e droga da parte di ex soldati diventati mercenari. Si! perchè questo kdrama è originale anche dal punto di vista antagonistico. Non c’è infatti un solo cattivo, ma si susseguono personaggi più o meno sgradevoli ( basti pensare all’odioso responsabile della centrale energetica interpretato da Jo Jae Yun e il tenente del dipartimento di difesa della Corea del nord a capo delle trattative di pace con il Sud Corea) che saranno “ostacoli” più o meno difficili e pericolosi da superare. Insomma, MOLTO PIÙ DI UNA STORIA D’AMORE.

Non c’è bisogno di dilungarsi sull’aspetto tecnico. Questo kdrama durante il corso del 2016, ma anche nei primi mesi del 2017 ha continuato a ricevere premi che dalla regia, agli attori, dal montaggio piuttosto che per la fotografia e le musiche (Ost indimenticabili che vi consiglio di recuperare) ha consacrato il successo definitivo della serie tv rendendo memorabile il progetto. E se si sa che squadra che vince non si cambia mai, ecco la sceneggiatrice tornare in auge nel 2017 (affiancata dal regista di Discendent e dalla troupe della Tvn) annunciando il suo nuovo lavoro, Goblin: The Lonely and Great God.

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Anche di questa serie è difficile descrivere la trama se non affermando che ci si trova di fronte ad una vera e propria metafora del “senso della vita” ed ecco il perchè!

Questa è una storia mascherata da commedia romantica fantasy. La sceneggiatrice infatti usa l’elemento “irreale” presente nella storia come chiave/mezzo per raccontare i sentimenti umani. Dall’amore all’amicizia, dalla morte alla reincarnazione, dalla disperazione alla gioia, tutto è in funzione di un disegno più grande.

Seul 2016, Kim Shin (personaggio principale interpretato da quel pezzo di manzo di Gong Yoo) ha bisogno di trovare una moglie umana per poter porre fine alla sua vita da immortale (abbandonate l’dea romantica di due ragazzi sposati per “caso” perchè questa è tutt’altro che una storia d’amore canonica). Egli infatti è un Goblin, un Dio che prima di diventare tale aveva vissuto da umano come generale imbattuto di Goryeo (fate un po voi il conto di quanti anni abbia all’anagrafe). La serie catapulta più volte lo spettatore nell’arco temporale in cui Kim Shin viveva da umano, presentando personaggi e vicende imprescindibili per capire il presente che viene narrato e sopratutto il motivo per il quale egli voglia morire. Caso vuole che nel frattempo il Cupo Mietitore (interpretato dal bello quanto bravo Lee Dong Wook) affetto da amnesia diventi affittuario, per mano del nipote ( interpretato dall’idol Yook Sungjae) del segretario di Kim Shin, proprio della casa del Goblin. Tra i due inizia così una bizzarra convivenza attorno alla quale ruoteranno le vicende di altri personaggi primo fra tutti Ji Eun-Tak (interpretata da Kim Go Eun). Una ragazza (diciannovenne) che seppur con enormi difficoltà date sopratutto dalla sua “capacità” paranormale di vedere gli spiriti (anime di defunti con dei conti in sospeso e che vagano in un limbo aspettando di “passare oltre”) ha un carattere forte ed un’amore incondizionato per la vita. Avrebbe infatti, mille motivi per disperare e piangere in continuazione ed invece regala sorrisi a destra e manca, fa battute (anche discutibili) ed è molto solare tanto da diventare il vero e proprio personaggio “positivo” della serie.

Questo è solo l’incipit della storia che come detto poc’anzi è molto difficile da descrivere evitando di incappare in spiacevoli spoiler. Per esempio è difficile inserire nella trama la descrizione di uno dei personaggi forse più forti e al tempo stesso più fragili della vicenda, Sunny ( interpretata dalla superba Yoo In Na) se non dicendovi che è fondamentale ai fini della trama principale, che viene presentata nell’arco temporale del 2016 come proprietaria bellissima e nostalgica di un “ristorante” di pollo e che diventerà, per una serie di vicissitudini, il “capo” lavorativo della protagonista femminile. Come è altrettanto difficile andare a descrivere quello che è stato per me il personaggio più affascinante e misterioso dell’intera serie; una donnina anziana che ci viene presentata come una venditrice ambulante per le vie di Seul (interpretata da Kim Ji Hyun) e che, seppur compaia poche volte durante il drama, rappresenta un perno portante dell’intera vicenda (attenzione al rosso colore dominante nell’intera serie e che funge da elemento chiave per capire chi sia questo personaggio.Lo indossa praticamente sempre).

Questo è il kdrama che conferma la bravura della sceneggiatrice non solo per quanto riguarda il copione ma anche per l’accuratezza con cui ha scelto il cast. Se infatti, per il precedente lavoro ha richiesto attori che hanno un certo peso nel mondo dello spettacolo Coreano, anche in questo caso si è avvalsa di attori che hanno lavorato sopratutto nel mondo cinematografico asiatico come la talentuosa Kim Go Eun e lo stesso Gong Yoo (che ho avuto il piacere di conoscere in un’altro drama del cuore Coffe Prince, che tra l’altro consiglio di recuperare seppur datato). L’ elemento di forza risiede anche in questo caso, nella capacità con cui gli attori hanno reso vivi i personaggi e dato colore alle dinamiche relazionali.

Oltre alla caratterizzazione mostruosa dei personaggi, molto del successo della serie è dovuto alla chiarezza con il quale vengono messi insieme elementi della tradizione folcloristica coreana che rappresentano l’elemento fantasy, a scene divertenti e riflessive così vere da far male. L’errore in cui si poteva incappare e che poi è capitato ad altri drama(es. quel disastro di Bride of the Water God), è quello di rendere caotico e poco chiaro il tutto, creando un’impasto di scene in successione senza senso. C’è molta carne a cuocere in questa serie che va dalle due storie d’amore alla ricostruzione storica di Goryeo, all’aspetto religioso (che comprende anche il Dio cristiano) alla “faccenda” ostica della reincarnazione, al saper dosare scene che rappresentano i picchi drammatici della narrazione ( i casi delle anime da far “passare oltre”). Se come già detto, per altri drama l’inserimento di troppi elementi da gestire sarebbe stato un “buco nell’acqua” ( non me ne vogliano tutti coloro che invece hanno apprezzato il drama Bride of the Water God), qui a tenere tutto insieme è la lucidità di scrittura di Eun- Sook che con occhio chirurgico sa esattamente come gestire la giostra sul quale si trova a salire il telespettatore. Non c’è spazio per buchi di trama, cose non spiegate, situazioni rimaste “appese” come lenzuola. Ci si trova di fronte ad un cerchio geometrico perfetto. Tutto si chiude, nulla viene lasciato al caso.

E se tutto ciò non vi ha incuriosito a tal punto da recuperarla in streaming su Viki beh,ci pensa l’elemento dell’ironia macabra dell’essere “amici” della Morte (che filosoficamente è tutto un progetto) essere cioè così intimamente connessi alla cosa che più ci fa paura al mondo e che viene rappresentato in maniera impeccabile dal rapporto tra la protagonista femminile ed il Cupo Mietitore, nonché da alcuni dialoghi tra quest’ultimo ed il Goblin. (la sceneggiatrice qui si è superata!).

Quale modo migliore quindi, dell’attendere le sorprese che ci riserverà ancora la cara Kim Eun-Sook se non quello di recuperare questi due gioiellini?. Per coloro invece che hanno già visto ed amato queste chicche, tranquilli c’è tempo per un rewatching.

Stay tuned e buona visione!

Operazione buon umore …tra i banchi di scuola!

Giugno per gli studenti è contraddistinto dalla fine dell’anno scolastico, dall’esame di maturità per i maturandi e dal tunnel della sessione estiva per gli universitari. Per questo non sempre si ha voglia di caricarsi ulteriormente impiegando il poco tempo libero a disposizione con altri libri da leggere. Se infatti è relativamente semplice stilare una lista di titoli da consigliare sotto l’ombrellone per chi ha la fortuna di non avere tali incombenze è al contrario difficile suggerire un romanzo che faccia staccare la mente dallo studio e dalle cose da preparare in vista delle scadenze. Dunque come rendere leggero e piacevole questo mese se non col consigliare alcuni anime (serie d’animazione) e drama che regalano briosa ingenuità e sorrisi là dove regna la tensione?.

Tra i mie preferiti c’è ne sono alcuni che fanno al caso di tutti coloro che non hanno dimestichezza con le serie tv o con l’animazione asiatica e che ben si prestano ad un timido approccio a questo mondo (non date la colpa a zia fenice se entrerete in un tunnel senza via d’uscita).

Andando dai più datati ai più recenti un’anime da recuperare è Tordadora. Una serie animata tratta dall’omonimo manga (in italia edito dalla j pop) che racconta le spassose vicende di un gruppo di liceali ed in particolare l’improbabile amicizia che si formerà tra Taiga ( una ragazza bassina e vulcanica) e Ryūji (un ragazzo dall’aspetto minaccioso ma di indole dolce con una vera e propria mania per la pulizia). Tutto ha inizio quando i due, innamorati l’uno del miglior amico dell’altra, si daranno man forte per conquistare le rispettive cotte. Una serie tra i banchi di scuola che strapperà gran sorrisi anche ai più cinici. La serie è stata inoltre inserita sulla piattaforma streaming Netflix e dunque facilmente reperibile.

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Altro anime simile per tematiche e ambientazione è Lovely Complex anche questo tratto da una serie manga (edito in Italia da Planet Manga). La serie segue le vicende di due ragazzi Risa (ragazza dal carattere focoso ed un complesso dovuto al suo essere troppo alta per gli standard nipponici) e Atsushi (ragazzo dal carattere irruento troppo basso per essere preso sul serio nella squadra di pallacanestro di cui fa parte) alle prese con le difficoltà di trovare l’amore nonostante la “fisicità”. Seguire i pasticci che combinano e l’evoluzione del loro rapporto sarà divertentissimo, quello che però spinge a guardare questa serie è il ribaltamento degli stereotipi comuni sul “primo amore”.

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Una carezza che scioglie lo stress e forse uno dei Kdrama ( serie tv coreane) più riusciti di sempre sotto il profilo della commedia romantica è “She was pretty”.

Sulla scia della serie tv americana Ugly betty, questa serie racconta le vicende di una pazza, simpatica donna fuori moda tutt’altro che bella, alle prese con il suo lavoro proprio in una redazione di un giornale che si occupa di fashion. Non mancheranno situazioni rocambolesche, personaggi secondari adorabili, una delle più belle amicizie mai apparse sugli schermi tv e sopratutto una storia d’amore da far venire il diabete e gli occhi a cuoricino. Uno tra i miei drama preferiti per il cast di attori (tra i più bravi nel mondo attoriale coreano), la sapiente meticolosità nel dosare scene demenziali con altrettanti discorsi riflessivi sui rapporti e sopratutto la sceneggiatura frizzante e brillante.

Altro giro, altro drama leggero e un po datato è Boys over flowers. Considerato una pietra miliare dei drama scolastici in patria, questa serie tv coreana tra i banchi di scuola segue le vicende di un gruppo di studenti d’élite e di una ragazza che per pura fortuna si ritrova a frequentare la stessa scuola prestigiosa dando filo da torcere al leader del gruppo. Anche se c’è da mettersi le mani nei capelli per i vari look sfoggiati dagli attori, per il personaggio principale maschile spocchioso, irritante e schifosamente affascinante( interpretato dall’attore più amato in corea Lee Min Ho), questa è una serie adatta agli adolescenti che ben si riconosceranno nelle dinamiche amorose proposte nel drama. Personalmente a questa serie preferisco di gran lunga School 2017. Kdrama scolastico molto più attuale per quanto riguarda la situazione giovanile ed il sistema scolastico Coreano, (sempre a mio gusto personale) molto più intrigante da seguire.

Un drama che tendo a riguardare quando ho bisogno di tirarmi su il morale è Reply 1988. Si tratta di una serie coreana “corale” in quanto si seguono le vicende di un’intero quartiere e delle famiglie che lo popolano. Il nucleo narrativo è la dinamica sociale che si viene a creare tra i vari personaggi, i conflitti generazionali, le problematiche che il paese si trova a dover gestire nell’anno 1988 nonché un gruppo di cinque amici dalla comicità disarmante. Questo drama è un’alternativa molto valida a chi ama i romanzi familiari e che sotto esami “soffre” per non poterne leggere nessuno.

Due serie tv asiatiche questa volta cinesi che consiglio con riserva sono I Love So Beautiful e Pretty Man. Il primo reperibile sulla piattaforma Netflix segue le vicende di una ragazza che innamoratissima del ragazzo più bello ed intelligente della sua classe, fa di tutto pur di attirare la sua attenzione e farlo innamorare. Anche in questo caso non mancheranno amici sopra le righe, una delle seconde coppie più riuscite mai viste ed una leggera insofferenza nei confronti dei protagonisti principali ( si ammetto che non è semplice digerirli e che ho seguito questo drama solo per la seconda coppia e per il “secondo” di turno). L’altro (attualmente in corso d’opera) reperibile sulla piattaforma streaming Viki tratta le vicende di tre ragazzi, in particolare di una coppia che, innamoratissima ai tempi del liceo si perde di vista per ritrovarsi anni dopo e vivere una serie di difficoltà che li farà rincontrare. Ci viene fin da subito presentata la situazione attuale dei personaggi principali e andando a ritroso nel tempo scaveremo nel loro passato e nella loro storia d’amore per capire cosa li abbia portati ad essere ciò che sono nel presente e le conseguenze delle scelte che hanno compiuto. Anche se questa serie è in corso la segnalo in quanto presenta un “triangolo” amoroso per nulla banale che evolve in qualcosa di serio che funge da elemento provocatorio nei confronti della rigidità sociale in Cina. Insomma stay tuned.

Un’ultima parentesi è riservata a tutti coloro che riguarderanno per la milionesima volta serie tv storiche come One tree hill ed OC. Teen drama che hanno dato avvio al genere e che hanno ancora tanto da dire e da dare a chi invece non li ha ancora recuperati, che quindi consiglio sempre in quanto prodotti validi di svago ed intrattenimento.

Con queste ultime chicche non resta che dare avvio all’operazione buon umore in mezzo a pile di testi da studiare, tesine da scrivere, voglia di partire al mare e sempre tanta buona vita.

La “mia” Napoli leggend(aria)!

 “Dudù, noi a Napoli campiamo solo di miracoli!” (Totò. Operazione San Gennaro) ed un miracolo è stato fatto davvero e cioè un Salone del libro e dell’editoria tutto partenopeo. La cosa più emozionante è stata veder tornare a casa un’editore clamorosamente scomparso a Napoli e cioè Guida (ancora vivida nella mente dei napoletani la clamorosa chiusura della storica libreria Guida sotto Port’Alba popolata da letterati e artisti, da Giuseppe Ungaretti a Indro Montanelli passando per Andy Warhol, che nel 2014 cessò di vivere portandosi via un pezzetto di cuore dei lettori e lasciando un enorme vuoto, anche visivo se si passa dove un tempo era ubicata) che, unendosi a Rogiosi e Polidoro (Comitato Liber@ Arte) ha reso possibile l’impossibile ossia la realizzazione del Salone ma più a lungo termine, un progetto che riporti linfa vitale ai piccoli editori e librerie attive sul territorio troppo spesso lasciati al proprio destino con il rischio altissimo di scomparire. Ed ecco allora che oltre Torino (con il suo Salone e le sedi delle grandi case editrici) anche il meridione ha ancora molto da offrire e tanto da dire.

Da molto infatti si sentiva la mancanza e l’esigenza di un’evento che riportasse l’attenzione dei “padroni” dell’editoria italiana al sud ed in particolare a Napoli. Una città da sempre contraddistinta non solo per il buon cibo, la musica ed il patrimonio artistico/culturale ma anche per l’amore verso i libri che viene eclissato da altro. Basti pensare che se ci sono una moltitudine di articoli su cosa fare a Napoli, cosa vedere e cosa mangiare quasi nulla viene scritto e consigliato se la si vuole scoprire attraverso un punto di vista puramente letterario.

Allora come non citare proprio Port’alba come prima tappa, un’oasi per i lettori napoletani, costituita da piccole librerie dell’usato e librerie indipendenti con i tipici “bancariell” pieni zeppi di tesori per chi è disposto a cercare, scavare, ammirare ed acquistare senza spendere enormi cifre per poi rifocillarsi con una bella pizza da Antica pizzeria port’alba.

Per chi invece è amante dei fumetti, del cinema, delle serie tv e del collezionismo non può che entrare nel “paese dei balocchi” all’indirizzo Via Mezzocannone 7 camuffato sotto la dicitura Alastor Napoli. Troverete scaffali e scaffali ricolmi di ogni tipo di fumetto, manga o graphic novel che occhio umano possa scrutare, per non parlare di pezzi unici da collezione delle vostre serie preferite.

Una parentesi va riservata poi ad un altro luogo dove il lettore “nerd” verrà accolto e coccolato e si tratta della fumetteria Fanta Universe (un gioiellino la pagina fb ed il profilo instagram) dove è possibile oltre all’acquisto di fumetti, la realizzazione di magliette e felpe personalizzate per ogni gusto ed esigenza.

Una sosta imprescindibile per il lettore appassionato di libri antichi è senz’altro la biblioteca nazionale “Vittorio Emanuele III” che ha sede presso il palazzo reale, in piazza del plebiscito, con il suo laboratorio di restauro dei testi antichi (è possibile visitarlo su prenotazione presso il sito della biblioteca). Ed ancora la biblioteca dei girolamini in via Duomo 142 dove i “topi da biblioteca” si sentiranno a casa e potranno immergersi nell’odore di carta e storia che popolano gli scaffali.

Non vi resta altro che perdervi tra i vicoli di Napoli, una città che seduce come una sirena ed è intrisa di vita, storia, passione ed arte. Una città che per natura resta celata anche al napoletano. Una città fatta di contraddizioni, restia a svelare il cuore ma che al tempo stesso si dona con generosità accogliendo lo “straniero” nell’abbraccio del suo Golfo.

P.s. Sul sito Napoli Città Libro è possibile tenersi sempre aggiornati su eventi, proposte e progetti letterari sul suolo campano ed in particolare in città:

napolicittàlibro.it

Buon viaggio nella Napoli leggend(aria) da zia Fenice.

 

 

 

 

Sono uno “sfacelo azzurro”che “non dimentica il dolore”!

Ci sono alcuni scrittori che con le loro parole danno una svolta alla tua vita e poi ci sono quei film che ti descrivono meglio di come potresti fare tu stesso. Per quanto mi riguarda se le parole di Murakami nel suo romanzo “L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio” mi hanno cambiato la vita, il film “Eternal sunshine of the spotless mind”, rappresenta in pieno una molteplicità di pensieri che ha definito ciò che sono stata e ciò che sono.

Una frase del film che riassume in pieno tutta la mia personalità è senz’altro questa:

“Parlare in continuazione non vuol dire comunicare”

Un mio divertimento personale è sempre stato quello di chiedere a chi mi conosce da poco, la prima parola con la quale mi descriverebbe a chi invece non mi conosce e vorrebbe farlo. Puntualmente esce fuori “logorroica” oppure “solare”. Mi nascondo dietro un muro di parole, stordisco il mio interlocutore per evitare che mi ponga domande che io ritengo “scomode” perchè in realtà sono molto riservata e tendo a farmi conoscere attraverso i miei interessi, passioni (come l’arte piuttosto ché la lettura ecc).

Quindi se mi soffermo a riflettere sinceramente su quale sia uno dei miei limiti più grandi direi proprio:

“Parlo in continuazione e raramente riesco a comunicare”

La mia esigenza di mettere su carta le parole e quindi scrivere, molto probabilmente nasce proprio dalla volontà di trovare il mezzo col quale comunicare la mia interiorità. Perché quando scrivi non puoi nasconderti. Devi venire a patti con le tue esperienze, con le tue ferite e con il caos mentale. Per questo un’altra frase del film che marchierò a fuoco sulla mia pelle è proprio quella detta da Clementine:

“Troppi uomini pensano che io sia un’idea o che possa completarli o che possa riuscire a ridargli la vita. Ma io sono solo una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale; non farmi carico della tua…”

Tutta la pellicola e dunque i personaggi e le varie sequenze di passato e presente che si alternano sullo schermo, ruotano attorno alla domanda : “E’ possibile cancellare la memoria di ricordi resi dolorosi da una relazione”?. Si parte dalla storia d’amore fallimentare di due persone che tentano, ognuno a proprio modo, di andare avanti per arrivare all’intento reale del regista, Michel Gondry (uno dei miei registi del cuore che ha regalato al mondo un’altro gioiello di pellicola “Mood Indigo”).

Il cuore del film risiede nella risposta che Michel dà alla domanda citata poc’anzi e cioè che se effettivamente ci fosse una macchina in grado di cancellare i ricordi dolorosi e dunque le ferite inferte dal nostro vivere allora saremmo delle persone inconsapevoli ed ingenue che vagherebbero nel mondo come facili prede. Saremmo in balia dei pericoli che senza l’esperienza provocata dal dolore non saremmo in grado di riconoscere e quindi schivare.

Molto spesso tendo ad evitare tutto ciò che potrebbe infliggermi sofferenza,ponendo una barriera difensiva alle esperienze spiacevoli e alle persone che potrebbero procurarmi delle ferite. Per questo sono entrata subito in empatia con il personaggio di Clementine ed il suo “scappare attraverso l’azione del cancellare”. Ma se dovessi immaginare una me stessa senza la mia esperienza che si basa sul dolore e le ferite del passato, allora arriverei proprio alla riluttanza del protagonista nel compiere una scelta drastica. Avere cioè la possibilità di cancellare il dolore, rimuovendo i ricordi eppure decidere di non farlo perchè è quella l’essenza della mia esistenza e ciò che sono è dovuto al fatto che ho avuto la capacità di saperlo attraversare”.

La traduzione del titolo in italiano non rende per nulla il fulcro del film e ciò su cui vuol far ragionare. Infondo sta a noi scegliere che tipo di atteggiamento avere nei confronti della realtà. Possiamo affrontarla, viverla e dunque anche inevitabilmente “deformarci attraverso gli altri” provando dolore e procurandoci ferite come Joel, oppure evitarla cancellando il dolore che ci permette di mantenere “Eterna gioia della mente vergine”.

Dunque il mio finale è che tendo a rimanere uno “sfacelo azzurro” la cui personalità risiede in un tubetto di colore, combattendo costantemente con l’eterna paura del “non ricordare il dolore”.

 

 

 

Da qualche parte sotto un cielo stellato… una Primavera che fatica ad arrivare!

#CulturaInPillole:

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera. (Alda Merini)

Non c’è regola senza eccezioni!. E di eccezioni questo mese pazzo c’è ne sta regalando molte in molti campi.  Primo tra tutti la situazione climatica che rende strano rendersi conto che in realtà siamo in pieno equinozio di Primavera.

Una Primavera anomala, praticamente invisibile se non tramite immagini e cartoline di amici sparsi nel mondo che attestano a noi Italiani che, Si! La primavera è arrivata e Si! non temete arriverà a breve anche dalle nostre parti.

Altra anomalia di Marzo sono state per me le letture e ancor di più le serie tv che sto seguendo, sotto molti aspetti lontani dal mio carattere e dai miei gusti che invece mi sono ritrovata inspiegabilmente ad apprezzare e sorprendentemente a consigliare, qui sul blog.

Lacuna che sto ampiamente continuando a colmare è la mia poca familiarità con i classici. Ne ho letti pochi e male (colpa forse la giovane età quando mi capitò tra le mani un titolo classico e sopratutto le letture obbligate del periodo scolastico). Mi sono ripromessa di recuperare autori e titoli sopratutto di un periodo storico, l’età vittoriana, e di un luogo, l’Inghilterra che da sempre mi hanno coinvolto e affascinato.

Dunque è stato il periodo di Wilkie Collins e del suo romanzo “La donna in bianco”. Ho trovato questa lettura appassionante e sopratutto capace di trasportarti nella Londra ottocentesca che alterna quadretti all’apparenza perfetti di famiglie “civilizzate” ai quartieri malfamati, dall’aria resa acre della poca igiene, dal fango delle strade e da personaggi loschi e malvestiti. Altra cosa che colpisce e che l’autore stesso spiega all’inizio del romanzo è il tipo di tecnica narrativa. Seguiremo infatti le vicende come fossimo in un aula di tribunale. C’è il caso, un imputato, e vari personaggi che verranno chiamati in causa come fossero alla sbarra, dando testimonianza delle vicende a cui hanno preso parte e che insieme costituiranno tutta la storia che il lettore sfoglierà tra le pagine di questo romanzo.

Una scrittura piacevolissima e che si fa leggere con facilità. Non lasciatevi infatti intimidire dalla mole. Si tratta di una storia appassionante, di personaggi accattivanti, di colpi di scena e sopratutto un ritmo narrativo molto veloce che facilità appunto la lettura rendendola scorrevole. Lo consiglierei a chi è appassionato di gialli a chi adora intrattenersi con della buona letteratura ma anche a chi si approccia per la prima volta ad un genere che può senz’altro intimidire.

Oltre al proposito di recuperare dei classici il mio 2018 sta procedendo verso un percorso che sento l’esigenza di fare verso donne che per me rappresentano dei modelli sopratutto di scrittura (sfera con il quale ho un rapporto di odio-amore). Per cui dopo aver letto alcuni titoli già citati precedentemente sul blog di autrici del calibro di Virginia Woolf e Sylvia Plath, era tempo di dedicarmi ad una donna che ha sempre sortito un fascino ed un timore referenziale su di me : Alda Merini.

Premetto che non ne capisco niente di poesia e che un’altra esigenza sorta in questo periodo è proprio recuperare questa lacuna. Anche in questo caso complice la scuola ho sempre trovato questa sfera ostica se non addirittura irraggiungibile per me. Invece prima con la Plath poi con la Merini, mi sono innamorata delle PAROLE.

Sono donne che attraverso le loro poesie raccontano in particolare il dolore anzi lo hanno provato, ci sono entrate dentro, l’hanno interrogato, “dissezionato come fosse un cadavere” pezzetto per pezzetto e lo hanno offerto al lettore. Le loro poesie permettono di entrare in contatto con quei tasti così intimi e profondi di noi stessi che la capacità auto conservativa del nostro essere umani nasconde, sotterra perchè se venissero a galla ci renderebbero fragili, ci renderebbero nudi dinanzi al mistero dei sentimenti.  Insomma non abbiate paura di accostarvi a queste personalità che sono per noi miniere preziose di Umanità. (Consiglio su Netflix di recuperare il bellissimo documentario datato ma bellissimo: La pazza della porta accanto). 

Per farla breve invece sui consigli riguardanti le serie tv, sono stata molto felice di notare la particolare attenzione che Netflix sta riservando ai kdrama e per chi ama il genere Crime o comunque storie tutt’altro che romantiche vi consiglio 4 titoli interessanti e molto belli.

Prison Playbook.

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Avete amato Orange is the new black? Ecco allora non potrete non amare questa serie che parla delle vicissitudini di un gruppo di carcerati, di una cella il cui numero vi tatuerete alla fine della storia(fidatevi) ed in particolare di un tonto giocatore di baseball che nella sua ingenuità si troverà a fare i conti con situazioni pericolose e personaggi tutt’altro che scontati. (Aspettavo da tanto un’attore che seguo da molto e che ho ritrovato superbo nell’interpretazione della guardia carceraria nonché amico storico del protagonista).

Stranger

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Un procuratore ed una Detective. Casi da risolvere e sopratutto una verità che bisognerà cercare nelle profondità di acque torbide. Queste le premesse e se questi pochi cenni non vi bastano a convincervi ci pensa il cast,in particolare una (a mio modesto parere) delle più brave attrici coreane in circolazione. ( Si! non state sbagliando se avete visto Sense8 la riconoscerete subito).

Argon

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Se siete curiosi, amanti o studiate giornalismo, questa è la serie che fa per voi. Ci troviamo infatti negli studi televisivi di un telegiornale che si occupa principalmente di inchieste e di scavare dove nessun’altro oserebbe. Si parla di etica, politica, ma sopratutto di cosa comporta essere un Giornalista con la “G” maiuscola.

Anche di questo non posso che dirvi che è appassionante, coinvolgente e sopratutto interessante. Spinge infatti a più riflessioni e se le prime due serie che vi ho consigliato sono puramente di intrattenimento, questa è per chi vuole la godibilità associata ad un pensare a ciò che ci circonda.

Per Bad Guys il discorso è diverso perchè in realtà anche se la storia può essere seguita anche senza aver visto la prima stagione ci sono molti rimandi, scene e Cameo riguardanti la prima squadra ed il mio consiglio spassionato è recuperarla per poi proseguire su Netflix con la seconda. (Io amo la prima stagione, sono di parte, ci sono due attori coreani che seguo ai limiti dello stolking).1200x630bb

 

In conclusione di questo ammasso di parole,un’altro consiglio ( e anche l’ultimo promesso) riguarda invece la serie d’animazione le cui puntate escono sulla piattaforma citata poc’anzi ogni giovedì. Si tratta di Violet Evergarden di cui ho citato una frase che mi ha colpito molto ed una delle puntate ( fino ad ora) che mi è piaciuta di più.

Parla in sostanza di una ragazza troppo piccola per vivere certe esperienze orribili come la guerra,che viene usata come una vera e propria arma e che alla fine di quest’ultima viene ingaggiata in una compagnia come “bambola di scrittura automatica”. Non lasciatevi spiazzare dalla trama dategli una possibilità, anzi lo consiglio a chi si approccia per la prima volta al genere anime.

Con questo ultimo gioiellino da affidare alle vostre cure, zia fenice ritorna alla sua poltrona, al suo romanzo in lettura ( si! è un’altro Collins) ed ad una bella tazza fumante di cioccolata calda ( no!tranquilli non sono ammattita, dove sono ubicata credetemi ci sta!).

 

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